Editoriale ·

Visione

Copertina dell’editoriale «Visione»

Le forze dell’ordine sono un presidio, un presidio di legalità e sicurezza sociale. È un’affermazione che non si può discutere, eppure una parte dell’opinione pubblica, sembra a volte, smarrire la consapevolezza del ruolo che queste svolgono. Il frutto di una tale visione è dettato da una superficiale valutazione o meglio ancora, una pregiudizievole osservazione della società. Chi distortamente osserva, non fa altro che inserire una barriera di preconcetti che è ben diversa dalla realtà effettiva, dimenticando il simbolo di un sacrificio volto al bene collettivo. Oggi siamo circondati da un complesso informativo che tende agevolmente a dar voce al dissenso piuttosto che alla gratitudine e c’è la necessità di recuperare una visione equilibrata dei fatti.

La narrazione è fondamentale per ricordare a “chi è sordo perché non vuol sentire”, che chi sceglie di servire accetta in silenzio un rischio, quello che la maggior parte delle persone non si assume per vivere in tranquillità. Si da per scontato che alzarsi per servire sia un obbligo, una scelta che nessuno ha obbligato al servitore. Eppure, donne e uomini in uniforme non sono mossi dal potere, ma dall’etica, quella del senso più alto della giustizia. La visione di cui si parla è di un uniforme che non è il segno dell’autorità del potere, ma il gesto di una responsabilità assunta. In un paese come il nostro, ove la democrazia è il solco nel quale bisogna procedere, le forze dell’ordine costituiscono una barriera contro l’arbitrio e mai uno strumento di repressione.

Bisogna chiedersi il perché di una retorica ancora così ostile. La domanda è sempre la stessa: c’è una complessità di visione dovuta a retaggi storici o un preconcetto culturale? La democrazia si nutre anche di questo, ma soprattutto di legalità e sicurezza; senza parleremmo di altro. Quando si attaccano le forze dell’ordine non si fa altro che indebolire le fondamenta della democrazia stessa, la tutela del vivere civile.

Il processo di sindacalizzazione delle forze dell’ordine si è avviato nel 1981 con la Polizia di Stato ed oggi questo processo continua a crescere coinvolgendo l’intero comparto difesa e sicurezza. In questi anni il sindacato ha saputo essere interprete di un mondo che per troppo tempo ha vissuto nel silenzio, riconoscendo tutele e diritti anche per garantire un servizio più idoneo all’apparato democratico. Dove c’è sindacato c’è controllo, confronto e riconoscimento dell’uomo prima dell’uniforme. Questo vuol dire che si ha l’obbligo di tutelare soprattutto chi è vicino ai cittadini. Come si può pensare di aiutare gli altri se non si tutela chi serve?

La maturazione della coscienza sindacale è una visione nuova, progressiva, che si spera nel futuro abbia la piena maturità. Se questa coscienza viene coltivata, la diffidenza sociale diminuisce. E questo non può farlo solo il sindacato. Parlare dei problemi che attanagliano la categoria, porta alla riflessione e la società non può essere cieca di fronte alla quotidianità di chi serve. Molto spesso si disprezza chi indossa un’uniforme, ma ci si dimentica che dietro un’uniforme c’è un cittadino che non ha privilegi ma obblighi giuridici.

La maturità di una società moderna passa anche da questa visione, una visione comprensiva senza concetti precostituiti.