Editoriale ·
Ego
La società in cui viviamo fa emergere sovente l’immagine piuttosto che la sostanza, esaltando la capacità di imporsi e scambiandola per carisma; la voce più alta finisce così per ottenere ragione. È in questo contesto che l’egocentrismo si insinua in maniera quasi naturale. La sua abilità è quella di indossare abiti formali, rivestendosi di buone intenzioni e accompagnandosi spesso a parole che parlano di giustizia, ma in realtà, rimane l’elemento assoluto dell’“io”, che si impone sugli altri in modo sottile, anche quando si dovrebbe cedere spazio alla collettività.
L’etimologia dell’egocentrismo restituisce il significato più autentico di quanto appena espresso: “mettere sé stessi al centro”. Non si tratta solo di un difetto personale, ma di una vera e propria lente attraverso cui si guarda il mondo circostante. La lente dell’egocentrismo diventa una barriera che ostacola l’ascolto e impedisce la condivisione. Chi si muove guidato dall’ego non cerca veramente la giustizia, ma desidera il riconoscimento; vuole essere visto mentre agisce, ma non desidera davvero cambiare le cose. E non c’è peggior luogo di quello nato per la condivisione, nel quale l’egocentrismo riesce a emergere in modo subdolo e silenzioso.
A questa dinamica si lega indissolubilmente l’arrivismo, che ne è la naturale conseguenza. L’egocentrismo può essere paragonato alle radici di un albero, mentre l’arrivismo è il frutto che ne deriva: un’aspirazione ostinata a emergere, a distinguersi, anche e soprattutto quando la strada per “arrivare” passa attraverso gli altri, trasformati in trampolini di lancio piuttosto che in compagni di viaggio. L’impegno, così, diventa solo apparente: si sovrappone alla sostanza e genera un agire che, pur formalmente rivolto agli altri, è in realtà completamente autoreferenziale.
In questo scenario, il sindacato assume un ruolo fondamentale. Esso nasce per rappresentare, non per mettere in scena; si sviluppa per includere, non per accentrare; si consolida nella costruzione collettiva, non per mettersi in mostra. Il sindacato così è un coro, non un assolo: è una band dove ciascuno ha il proprio ruolo, e nessuno domina sugli altri. Il valore più importante che emerge è il “noi”, non l’occasione di rafforzare l’“io”.
Chi sente l’urgenza e soprattutto l’esigenza di ricordare costantemente i propri meriti, chi pone al centro dell’attenzione la propria figura, non fa altro che svuotare il senso stesso dell’agire collettivo, cancellando di fatto l’elemento democratico che dovrebbe contraddistinguere ogni società moderna. Non si costruisce nulla di duraturo se le fondamenta sono volte a esaltare un nome, un volto o una reputazione. Questo atteggiamento inevitabilmente svilisce chi, con coerenza e umiltà, senza cercare i riflettori, porta ogni giorno il proprio contributo.
Il successo vero è quello condiviso, che non ha bisogno di attribuzioni personali. E non c’è peggior forma di egocentrismo di chi non riconosce il valore dell’altro, sostenendo che il suo risultato è frutto della collettività, mentre, quando è lui a raggiungere un traguardo, ne reclama tutto il merito. Quando si sente il bisogno di sottolineare la grandezza del proprio agire, è segno che non si sta agendo con spirito autentico. L’autenticità non ha bisogno di imporsi: sono gli altri, spontaneamente, a riconoscerne il valore.
Ed è qui che ritorna, con forza, il senso profondo del sindacato: uno spazio di relazioni vere, dove l’altro non è uno strumento, ma una voce da ascoltare. È una scuola di democrazia, dove si mette in discussione ogni forma di egocentrismo. E allora la riflessione diventa necessaria: chi si sente sempre al centro dovrebbe fermarsi a pensare. Esiste una sottile differenza tra rappresentare e sostituire, tra guidare e dominare e soprattutto tra servire una causa e servirsi di essa. È in questa differenza che si gioca la credibilità più autentica: quella che distingue il valore reale dall’ambizione personale, e che fa dell’egocentrismo un disvalore profondo, in totale contrasto con l’etica della democrazia.