Editoriale ·

Malelingue

Copertina dell’editoriale «Malelingue»

Malalingua, ovvero “lingua cattiva”, deriva dal latino mala lingua. Come spesso accade, la radice etimologica della parola si rivela essenziale per cogliere appieno l’essenza del tema. Parlare “male”, senza alcun fondamento, significa infatti perpetuare un’antica modalità di espressione che accompagna l’umanità fin dalle sue origini; nessuna civiltà, per quanto evoluta, è mai riuscita a rimanerne indenne.

Eschilo ammoniva: “La calunnia è una menzogna che corre su gambe leggere”. A Roma, invece, Tacito scriveva: “Calunniare audacter, semper aliquid haeret”, ovvero “Calunnia con audacia: qualcosa resterà sempre attaccato”. Ebbene, se già nell’antichità classica filosofi e storici avvertivano dei pericoli connessi all’uso distorto della parola, quanto più attuale risulta oggi questo monito, in una società moderna in cui le parole – spesso pronunciate con malizia – diventano strumento di offesa e destabilizzazione, soprattutto da parte di chi predilige l’ombra del pettegolezzo alla luce del confronto franco e costruttivo.

Oggi, come allora, le malelingue agiscono in assenza di responsabilità, privandosi del coraggio necessario ad affrontare un autentico dialogo. Si nutrono di supposizioni, di giudizi aprioristici, permeati da tendenziosità. Chi pratica quest’arte deteriorante non fa altro che lacerare il tessuto sociale, attraverso la reiterata pratica delle illazioni, senza ideali, animato piuttosto da un senso profondo di frustrazione e risentimento. Parlare per demolire, non per costruire: è questa la cifra distintiva di chi impugna la parola come un’arma.

Se si analizza più a fondo tale atteggiamento, è inevitabile il parallelismo con un virus: le malelingue minano la fiducia reciproca, generano sospetto e si diffondono silenziosamente, insidiando coloro che non possiedono gli anticorpi della democrazia, fatta di principi, valori, ideali e confronto. Eppure, appaiono innocue: si dice che le parole non siano pietre, e tuttavia possono colpire con pari, se non maggiore, violenza.

In questo contesto si staglia, con sempre maggior forza, la figura di chi riceve spesso l’attacco delle malelingue: il sindacato. Ma sia chiaro: non un sindacato di facciata, autoreferenziale e opportunista, bensì quello autentico, coerente, mosso da principi alti e non da convenienze. Il sindacato “vero” si pone come argine contro la degenerazione dei valori; è baluardo contro le voci infondate, contro le manipolazioni, contro coloro che, con astuzia e doppiezza, alimentano e guidano le malelingue.

Il sindacato autentico non si lascia trascinare nelle polemiche sterili; chi lo rappresenta accetta il peso della propria onestà, ben più gravoso di quello portato da chi abbraccia la leggerezza della menzogna e della meschinità. Un sindacato serio non insegue il consenso facile né il vanto personale: si radica nella coerenza delle regole, nel dialogo costante con i propri iscritti, e diffonde informazione, mai disinformazione, poiché orientato al bene collettivo. Esso è un faro nel buio — o meglio, un faro nella nebbia fitta della disonestà intellettuale.

Vi è un principio fondante che anima l’agire sindacale: chi si impegna a difendere i diritti degli altri non può, né deve, piegarsi all’arroganza delle malelingue. Deve invece schermarsi con la verità delle proprie azioni, anche a costo dell’impopolarità. Perché sebbene il cammino della coerenza sia spesso tortuoso e impervio, è l’unico che consente di perseguire la tutela autentica dei diritti e dei valori del lavoro.

Le parole che costruiscono valgono infinitamente più del rumore che distrugge.