Editoriale ·
“Social. Evoluzione o involuzione”
La previsione del futuro è una costante che da sempre accompagna l’uomo. È una tematica che trova radici molto antiche nella storia dell’uomo ed è tutt’oggi molto difficile prevedere il domani con certezza.
Anticamente le previsioni venivano effettuate da alcune donne dotate di “poteri divini”, quali la Pitia o la Sibilla, per passare poi a streghe e fattucchiere, fino ad arrivare a Cartesio, approcci metodologici con analisi scientifiche basate su flussi di dati.
Ebbene oggi queste analisi sfociano in previsioni più o meno attendibili in relazione ai fenomeni della nostra quotidianità. Tra questi c’è un fenomeno la cui nascita e sviluppo si colloca in un periodo relativamente molto breve: i social. Basti notare che questo fenomeno non era prevedibile fino ad un paio di decenni fa, eppure oggi costituisce una fetta importante dello sviluppo sociale in termini di dialogo e confronto. Ecco perché bisogna analizzare il fenomeno in termini di sviluppo futuristico, soprattutto in ragione della velocità con la quale l’informatica si sta espandendo. Il tema che emerge da questa dinamicità culturale porta a chiederci se i social siano sinonimo di evoluzione o di involuzione.
Antonio Spadaro, sottosegretario eletto del dicastero Vaticano per la cultura e l’educazione, fornisce un quesito che porta a riflettere i più: “il concetto chiave non è più la presenza in rete, ma la connessione; se si è presenti ma non connessi, si è soli.”
Le nuove generazioni nascono in un mondo nel quale lo sviluppo tecnologico costituisce un elemento di normalità ove i social sono parte integrante di un mondo interconnesso. Velocità di informazioni, scambio di opinioni, libertà di espressione e soprattutto assenza di emotività costituiscono una longa manus della società odierna. Si è completamente perso il valore della presenza e del confronto interpersonale; le piazze democratiche sono state sostituite da bacheche virtuali e persino la politica internazionale si confronta a colpi di “post”. La riflessione non è di poco conto, tali strumenti costituiscono un potenziamento del dialogo ma, molto spesso, si sottovaluta la dipendenza da questi: siamo capaci di rimanere anche un solo giorno senza scorrere la home page dei nostri profili?
Ognuno di noi è ormai social “dipendente” e tende a rappresentarsi idealmente per come vorrebbe essere. La perdita del sé e la percezione distorta della realtà sono fenomeni preoccupanti, fenomeni che deviano dall’obiettivo prefigurato dai primi social, ovvero l’aggregazione e la condivisione multimediale; non bisogna nemmeno sottovalutare il tema della percezione del tempo. Anche questo fenomeno è probabilmente un problema che è poco percepito: i ragazzi di oggi passano molto tempo dietro al pc, smartphone o apparecchi multimediali in genere, difatti togliendo prezioso tempo alla socializzazione vecchio stampo.
Associazioni, circoli ricreativi e sindacati sono strumenti importantissimi in mano alla nostra società perché costituiscono il ritrovo per il confronto, l’accrescimento culturale ed il dialogo sociale. Oggigiorno, ogni cosa è pervasa dai social e forse ognuno di noi dovrebbe fare mea culpa in ragione della propria “dipendenza social”. Se da una parte questi ci semplificano la vita e probabilmente ci fanno sentire meno soli, dall’altra parte rischiano, in relazione al loro uso smodato, di essere la base di stati d’ansia, inadeguatezza sociale e depressione.
È compito nostro educare le nuove generazioni ad un uso appropriato di ogni strumento informatico in ogni sua sfaccettatura, cercando di riportare in auge quei valori tipici del liberalismo egualitario che caratterizzano il confronto democratico nei luoghi fisici; non bisogna però dimenticare la positività di questi strumenti che, sono un potenziale immane se usati correttamente. Istantaneità comunicativa e informazione immediata ci permettono quotidianamente di conoscere e sapere ma probabilmente l’interconnessione ci tiene distanti, permettendoci di giudicare una realtà che non è la nostra.
Evoluzione o involuzione? Ai posteri l’ardua sentenza.