Editoriale ·
Servus servorum
Il Pontefice, da sempre massima espressione della Cristianità nel mondo, è insignito da titoli definiti storici: Vicario di Gesù Cristo, Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa Universale, Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello stato della Città del Vaticano, Servo dei servi di Dio.
Servo dei servi, o per meglio dire servo tra i servi. Bisogna tenere bene in mente questa espressione per affrontare e descrivere il tema prescelto. L’espressione venne assunta in prima battuta da Sant’Agostino nelle “Confessioni”, opera nella quale indicava la madre come “serva servorum tuorum”. Sarà poi papa Gregorio I ad introdurre questo titolo in contrapposizione al dettato del patriarca di Costantinopoli dell’attributo di “ecumenico”. Fatta questa breve premessa storico teologica, bisogna allora introdurre l’argomento da eviscerare. Come di consueto, è la legge che guida il nostro agire e quale miglior spunto se non la nostra Carta costituzionale? L’art. 54 recita testualmente:
“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempiere con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.”
La ragione che sottintende il portato normativo di questo articolo è infinitamente composito: da una parte vi è una ragione storica che riguarda la necessità di rimarcare la fedeltà alla Repubblica, poiché in molti erano ancora favorevoli alla monarchia, dall’altra l’assemblea rimarca il dovere di chi rappresenta lo Stato a rendere il proprio servizio con onore e disciplina. Il secondo comma è un monito, non si può pretendere il rispetto della legge da parte del popolo se chi rappresenta lo Stato viola quest’ultima e non si pone come buon esempio. Il tema è presto svelato, si tratta del “servizio”, inteso come spirito che deve accompagnare chi svolge pubbliche funzioni.
Lo spirito che qui si vuole descrivere è una qualità, forse una virtù che in pochi coltivano. La pubblica funzione è l’espressione dell’altruismo puro, servire senza chiedere nulla in cambio. Ed ecco allora che il servizio diventa una missione e l’attività lavorativa una seconda pelle nella quale ci si deve sentire a proprio agio. Servire gli altri per servire sé stessi. Servo tra i servi, ove per servo non deve intendersi il sinonimo di schiavo, ma l’espressione di servitore della Patria. Sinergia silente tra cittadini e servitori dello Stato. Bisogna perciò allontanare l’idea e l’ideologia del “posto fisso”, solo per accaparrarsi una remunerazione sicura; bisogna abbracciare invece lo spirito di servizio, quello che fungerà da bussola durante la carriera. Il servizio pubblico viene perciò a identificarsi come il soddisfacimento di bisogni collettivi, doverosità come rappresentanti dello Stato, necessità per gli elementi della comunità.
“La misura di una vita ben spesa non sta in quanto è durata ma in quanto si è donato”. (Peter Marshall)
Servus servorum.