Editoriale ·
"Res publica"
Scriveva Giorgio Gaber: “La libertà è partecipazione”. Nulla è più profondo del bene comune, come quando si parla della res publica. Oggi più che mai c’è la necessità di capire cosa sia la Repubblica, un’idea antica ma piena di forza inaudita, potente e travolgente.
Questo ideale ha radici profonde nella cultura classica e che nel corso degli anni ha subito il travolgimento di monarchie e totalitarismi. La ventata del secondo dopo guerra ha portato al rinnovamento di un ideale che nel tempo si era perduto. Si tratta del frutto di un desiderio maturo, collettivo di giustizia sociale; il 2 Giugno 1946 l’Italia tutta, uomini e donne, votò liberamente per cambiare la forma dello Stato. Nacque così la Repubblica, che portò con sé nel 1948 un giuramento di laicismo liberale, tradotto in quella che Piero Calamandrei definì “la più bella del mondo”: la Costituzione. Un testo programmatico, innovativo, futuristico, che contiene al suo interno tutto ciò che serve ad una democrazia moderna. Una carta che sin dal suo primo articolo proclama: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Sì, il lavoro, quello che deve essere considerato non solo come mezzo di sostentamento, ma soprattutto come mezzo di elevazione sociale, inclusione e partecipazione attiva per il bene comune. Se dovessimo identificarlo all’interno di un oggetto, il lavoro rappresenterebbe di certo una chiave di volta.
Chi se non il sindacato custodisce gelosamente questa chiave? Il sindacato è l’essenziale difensore della dignità sociale, il custode integerrimo dell’anima costituzionale. Bertolt Brecht scriveva: “chi combatte può perdere, chi non combatte ha già perso”. Ecco il sindacato è quella struttura sociale che combatte ogni giorno, non per conquistare privilegi, ma per difendere diritti, quelli prescritti dalla Costituzione e quelli conquistati negli anni di “lotta”.
Nel 1946 gli italiani fecero una promessa ed il sindacato la mantiene viva quotidianamente, anche quando la Repubblica risulta fragile, l’esercizio partecipativo tiene viva quella fiamma che dona speranza al futuro delle nuove generazioni, ricordando a chi lo dimentica, che la democrazia non è un esercizio di memoria ma un atto di partecipazione civile. Ciò che si vuole dimostrare è la viva gestione di una cosa che è di tutti e che tutti dovrebbero coltivare, custodire e nutrire, proprio come fa il sindacato.
Diceva J.F. Kennedy: “non domandarti cosa può fare il tuo Paese per te, domandati cosa puoi fare tu per il tuo Paese”. Il 2 giugno si è festeggiata la ricorrenza di quel lontano 1946, ma oggi abbiamo l’obbligo di coltivare il rapporto con la nostra Repubblica. È un po’ come con i compleanni: se festeggiassimo una persona solo il giorno del suo compleanno e poi per il resto dell’anno non la cercassimo mai, che tipo di rapporto sarebbe? Senza una relazione quotidiana, vissuta e coltivata nel tempo, non si costruisce un legame duraturo; senza l’esercizio partecipativo non si può amare la res publica.