Editoriale ·
Percezione
“Che relazione c’è tra le mie idee e il mio naso? Per me, nessuna. Io non penso col naso, né bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso?”
Le domande sopra esposte sono frutto di uno degli autori più grandi che la storia della letteratura italiana ha conosciuto nel corso degli anni; si tratta di Luigi Pirandello (per essere più precisi le parole provengono dal protagonista del romanzo, Vitangelo Moscarda) e l’opera dalla quale è stato estratto questo passo è “Uno, nessuno, Centomila”.
Il romanzo, insieme al “Fu Mattia Pascal”, costituisce la più importante opera dell’autore siciliano insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1934 e vissuto a cavallo tra la fine dell’ottocento e l’inizio del Novecento. La storia narra le vicende di Vitangelo Moscarda, un uomo benestante (per tutti usuraio) figlio di un banchiere. Una mattina la moglie gli fa notare un piccolo difetto, con una frase apparentemente innocua: il suo naso pende leggermente a destra. Vitangelo a seguito di questo evento inizia a notare i propri difetti, rendendosi conto che le proprie convinzioni erano del tutto sbagliate, egli non è “Uno” ma è “Centomila”. Chiunque lo guardi lo vede in una veste diversa, quasi come se indossasse delle maschere. Dall’evento incriminato il protagonista compie una serie di atti inusuali, tanto da far scappare la propria moglie, la quale cerca di farlo rinchiudere in un manicomio avviando le pratiche per l’interdizione. Sarà un’amica della stessa moglie a confidargli dell’avvio delle pratiche e con quest’ultima Vitangelo intratterrà un rapporto d’amicizia che lo porta a confidare le proprie debolezze ed il proprio pensiero. Anche questa donna si allontanerà dal protagonista tentando addirittura di ucciderlo. Moscarda troverà finalmente la propria pace interiore solo nel momento in cui si rivolgerà al vescovo Parrana, il quale gli consiglierà di donare tutti i propri beni ai poveri. Vitangelo morirà all’interno di un ospizio per poveri, che tra l’altro era stato fondato da lui stesso, felice di liberarsi di quell’uno e dei centomila, al fine di diventare per lui stesso e per tutti gli altri Nessuno.
Pirandello ci lascia un’opera dal significato molteplice, ma probabilmente ciò che più è importante sottolineare è il tema della percezione. La riflessione è certamente complessa, ma noi abbiamo l’obbligo di interrogarci sul valore della percezione. Percepire letteralmente significa “prendere coscienza di una realtà che si considera esterna” [Treccani]. Ebbene in questo senso la percezione è un qualcosa che va aldilà del nostro pensiero. Cosa pensa la società rispetto al nostro di pensiero? È questo che dobbiamo chiederci. L’errore che però non deve farsi è svilire le proprie convinzioni che sono importanti per affermare la propria personalità. Non bisogna cambiare solo per piacere agli altri e tuttavia, bisogna allo stesso tempo mutare il proprio atteggiamento nel momento in cui c’è il confronto. Indossare una maschera per apparire ciò che non si è porta inevitabilmente a discostarsi dalla realtà. La nostra società ha bisogno di certezze, ecco perché bisogna ricordare alle nuove generazioni che i prototipi di bellezza, di ricchezza, di potenza, non sono sempre modelli da seguire, perché ognuno è unico ed irripetibile a proprio modo. La percezione dell’altro diventa importante solo nel momento in cui può migliorare ciò che di negativo investe la propria personalità. Non bisogna perciò farsi condizionare dal giudizio altrui.
“Tutto ciò che di noi si può immaginare è realmente possibile, ancorché non sia vero per noi. Che per noi non sia vero, gli altri se ne ridono. E’ vero per loro. Tanto vero, che può anche capitare che gli altri, se non vi tenete forti alla realtà che per vostro conto vi siete data, possono indurvi a riconoscere che più vera della vostra stessa realtà è quella che vi danno loro.” [Pirandello]