Editoriale ·

Numeri

Copertina dell’editoriale «Numeri»

Oggigiorno l’attività lavorativa ci pone sempre più sfide sul piano personale, relazionale e dialettico, che se da una parte stimolano la voglia di migliorare e inserirsi in contesti di ambizione, dall’altra generano eventi stressanti sempre più frequenti. Ansia, preoccupazione e talvolta frustrazione generano ciò che in gergo si chiama “burnout”; il termine di origine anglosassone si identifica con il significato di “bruciato”, “esaurito”, “scoppiato”. Se però si analizza il significato da un punto di vista sociologico, ci troviamo dinanzi ad un fenomeno caratteristico della società odierna, o per meglio dire della società lavorativa odierna. Il fenomeno, che ormai è stato inserito all’interno della tutela della legge 81/08, nasconde una serie di problematiche che è difficile sviscerare ed analizzare in virtù della diversità che si affronta nel mondo del lavoro. Lo stress che nasce e si sviluppa con tale fenomeno genera un vero e proprio malessere psicofisico, emotivo e relazionale.

L’organizzazione mondiale della sanità definisce questo fenomeno come uno stato di stress cronico lavoro-correlato che comporta sul piano personale uno “svuotamento emozionale” che rende incapace il soggetto di fronte a quelle che sono le attività lavorative; il “burnout” porta perciò ad una vera e propria alienazione che si ripercuote sia nell’ambito dell’attività lavorativa, ma anche nell’ambito familiare. Tutto ciò genera una riduzione della performance, con un aumento della pressione lavorativa. Tale fenomeno è molto eterogeneo, ma colpisce in particolare alcune categorie lavorative: si tratta di lavoratori a contatto con soggetti bisognosi e con ciò ci si vuole riferire alle professioni medico-sanitarie, assistenti sociali, forze dell’ordine. Queste categorie lavorative sono impegnate nella gestione delle emergenze e perciò possono incontrare più facilmente il fenomeno del “burnout”. La problematica non è di facile comprensione con ciò ci si vuole riferire al fatto che non è semplice cogliere i sintomi del “burnout” che possono essere fisici, psichici e comportamentali. Bisogna perciò cogliere i segni e attenzionare situazioni che propendono verso il malessere dovuto all’attività in questione.

Oggi la nostra società si concentra su obiettivi da perseguire che devono essere raggiunti ad ogni costo, quasi come se tutto fosse un grande calcolatore ove la statistica fa da padrona in relazione all’attività lavorativa. La forza lavoro diventa semplicemente un numero che deve perseguire altri numeri, ma ci si dimentica spesso che dietro ad una matricola ci sono persone. Ogni lavoratore costituisce un microcosmo, ognuno ha il proprio bagaglio affettivo-sociale che si innesta nel mondo lavorativo e ciò comporta una serie di conseguenze che spesso ci si dimentica. È in questo senso che la nostra società deve fare uno sforzo di comprensione rispetto al lavoratore che produce e traina il “carro”; bisogna valorizzare e soprattutto gratificare chi permette di raggiungere gli obiettivi prefissi, realizzando una rete di collaborazione integrata tra chi definisce i target e chi li deve raggiungere. Il raggiungimento di un obiettivo passa inevitabilmente dal lavoratore che si ribadisce non è un numero, ma una persona ed in quanto tale soggetta a fenomeni come quello del “burnout”. C’è bisogno di riscoprire il valore delle persone e sebbene la nostra società vive di numeri è necessario dargli il giusto significato: un’entità astratta che serve per quantificare la realtà. I numeri rimangono numeri, ma le persone rimangono persone.

“Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla” (Oscar Wilde)