Editoriale ·
Metropolitana
Oggi si sente parlare spesso di violenza metropolitana, un fenomeno molto complesso che si nutre di problematiche culturali, sociali ed economiche. Per capire e comprendere tale fenomeno, molti criminologi hanno cercato di dare una spiegazione e la “teoria delle finestre rotte” ne dona una visione alquanto particolare. Secondo questa teoria, realizzata dai criminologi Wilson e Kelling, il degrado urbano e le relative incurie da parte di amministratori e responsabili, generano un ambiente sociale nel quale regnano disordine e criminalità. Se si pensa ad una finestra rotta, che non è stata riparata, il pensiero comune è che quel luogo è privo di controllo. L’assenza di controllo genera ovviamente una percezione negativa del contesto urbano. Leggendo l’impostazione di questa teoria, si deve necessariamente considerare la sicurezza urbana come un fenomeno dinamico; se la dinamicità è fondamento della sicurezza, è altrettanto dinamico il modo con il quale devono essere affrontate le problematiche che ne conseguono. Tradizionalmente per aumentare la sicurezza si aumenta la presenza delle forze dell’ordine, ma ciò non basta perché la sola presenza non permette di diminuire drasticamente i fenomeni delinquenziali.
È perciò importante, ridefinire il concetto di sicurezza inserendolo nel concetto di integrazione; ci si vuole riferire a quella che oggi viene definita come sicurezza integrata, ove le dimensioni sociali, culturali, politiche ed economiche devono essere accompagnate da un processo infrastrutturale di rinnovamento. Questo significa che accanto agli elementi classici di dissuasione del crimine, c’è l’aspetto esteriore delle nostre città che è fondamentale per dissuadere comportamenti devianti. La chiave di lettura, per comprendere a pieno tale tipologia di sicurezza, è la lettura della cosiddetta sicurezza percepita: anche nelle città in cui i tassi di criminalità ed il numero di reati sono più bassi, la percezione di sicurezza si abbassa in quelle città nelle quali vi è trascuratezza da parte delle amministrazioni locali.
Parlare si sicurezza integrata è perciò, non solo una questione di statistica e di numeri, ma piuttosto un connubio tra dati e fiducia della comunità verso gli amministratori. Ecco perché è fondamentale la collaborazione tra le istituzioni ed i singoli cittadini. A volte anche un piccolo gesto come buttare una chewing-gum in un cestino può fare la differenza. La salvaguardia delle nostre città passa inevitabilmente dall’atteggiamento dei singoli che la compongono proiettandoci verso un tipo di sicurezza che oltre ad essere integrata deve essere soprattutto partecipata. Non bastano le iniziative educative, gli incontri scolastici ed il rafforzamento degli organici delle forze di polizia se non sono accompagnate da una visione d’insieme. Bisognerebbe parlare di responsabilità condivisa, ove nelle singole città ognuno è responsabile del decoro e della sicurezza comune.
Certo, lo sforzo culturale non è semplice pensando ad una società che cammina in solitaria per raggiungere singolarmente i propri obiettivi, ma è determinante invertire la rotta per restituire alle città le proprie piazze come luogo di convivialità sociale e di partecipazione; non di paura, degrado e sottomissione. Fondere la sicurezza urbana, integrata e partecipata, realizzerebbe un concetto ancora più ampio: una sicurezza metropolitana. Ognuno ha il dovere di tutelare e proteggere la propria città attraverso il senso di appartenenza, il senso del dovere ed il recupero di un senso civico ormai perduto. Per spezzare il ciclo della violenza non bastano le risposte normative, c’è bisogno di una rivoluzione valoriale ed una condivisione di sicurezza per far sì che le nostre città non abbiano più finestre rotte, ma siano il riflesso del concetto di decoro. L’obiettivo è quello di camminare sereni e sicuri ricostruendo non soltanto i muri e le finestre rotte, ma soprattutto ricostruendo il senso di civiltà che ci appartiene.