Editoriale ·
Libertà per gli ultras. Ovvero la libertà secondo gli ultras.
Per comprendere il concetto di libertà, così com’è declinato dal mondo dei “curvaioli”, è opportuno partire dal concetto stesso di libertà, che tuttavia è impresa tutt’altro che semplice.
Ci limiteremo pertanto a dire che la libertà è intimamente legata alla nozione di diritto. Infatti, non può esserci uno Stato di diritto – inteso come complesso di leggi che ordinano la vita sociale – senza che vi sia libertà.
Non a caso, l’antitesi dello Stato di diritto è lo Stato autoritario, la cui esistenza trova origine e fondamento proprio nelle soppressioni delle libertà.
A quale genere di libertà fanno dunque riferimento i tifosi organizzati?
Per cercare di rispondere a questa domanda, è necessario ripercorrere brevemente le origini del movimento, esplorando – per quel che è possibile – la cosiddetta mentalità ultras, anche per comprendere le ragioni storiche di una sua deriva violenta.
Il tifo organizzato nasce dalla fisiologica esigenza di aggregazione, dalla necessità di fare gruppo, inteso come un insieme di individui accomunati da una stessa condizione sociale o ideologica, o anche semplicemente dalla condivisione di una tendenza musicale o di un determinato stile di abbigliamento (le cosiddette sub-culture).
In origine, l’estrazione sociale dei tifosi è prevalentemente proletaria, e del resto il calcio è vissuto come uno sport popolare. La società in cui muove i primi passi è attraversata da tensioni che condizionano il vivere quotidiano.
Le curve diventano pertanto spazio di contrapposizione, che si acuisce con la crescita del disagio giovanile, le cui istanze portano ad un conflitto sociale spesso esasperato dalle ideologie, specie in un periodo storico – gli anni ’70 – in cui l’impegno politico è pressoché totalizzante.
Ben presto gli stadi replicano modelli comportamentali già invalsi in altri segmenti della società. Si pensi al ricorso all’uso della violenza per difendere il proprio territorio dall’aggressione di gruppi rivali, proprio come accade nella guerra tra bande di strada. In tal senso, dunque, il gruppo supera la fede calcistica, per riunire i propri membri sotto un comune denominatore sociale e politico. Non a caso, una delle espressioni maggiormente utilizzate dagli ultras è proprio appartenenza.
I gruppi di tifosi organizzati, inizialmente caratterizzati da una componente goliardica e folcloristica, ben presto assumono toni più violenti ed esasperati, complice – come detto – il clima dell’epoca.
Non a caso i nomi più usati dai neonati gruppi ultras sono mutuati dal gergo politico dell’epoca (Brigate, Commando, Fedayn, etc.), lasciando anche intendere quale sia l’orientamento politico della curva.
Tuttavia, sebbene con il passare degli anni si affievolisce la spinta contestativa di piazza, e più in generale l’impegno sociale e politico dei giovani, i gruppi ultras manterranno la propria organizzazione identitaria, diventando sempre più determinati a scontrarsi.
La violenza diventa un elemento centrale per stabilire la gerarchia dei gruppi, laddove in passato era determinata soprattutto dall’attaccamento ai colori della propria squadra e alla capacità di sostenerla.
Sempre più frequentemente gli ultras misurano la propria forza scontrandosi tra di loro, talvolta lontano dallo stadio, spesso incrociandosi durante le trasferte con veri e propri agguati.
Le sub-culture, con le loro diversità, cedono il passo ad un’omologazione di massa, sia nella mentalità che nell’estetica, rendendo indistinguibili gli uni dagli altri.
L’escalation di violenza, che trova ora altre motivazioni sociologiche, porterà a cagionare morti e feriti. Sarà questa la ragione che spingerà lo Stato ad adottare una legislazione sempre più stringente nei confronti della violenza da stadio; dando origine a quella che gli ultras definiranno repressione e, in specie, repressione della (loro) libertà.
Ma di quale libertà si parla?
Recentemente una curva italiana ha esposto uno striscione che reclamava la libertà di scontrarsi, trovando – purtroppo – largo consenso nell’ambiente ultras, a riprova che esiste un pensiero comune, una mentalità, che accomuna questo genere di tifosi al di là ogni rivalità.
È del tutto evidente come alla base di un simile ragionamento vi sia un confuso concetto di libertà, che recentemente ritroviamo anche nei movimenti antisistema, come ad esempio quello dei No Vax.
Per quest’ultimi ognuno dovrebbe essere libero di scegliere per sé stesso, dato che la salute (e la vita) è proprietà esclusiva dell’individuo, che pertanto è l’unico titolato a disporne.
Traslato al mondo ultras, questo concetto si traduce nel diritto-libertà di picchiarsi, dal momento che l’incolumità messa a rischio è quella dei tifosi, che dunque ne dovrebbero disporre liberamente.
Questo ragionamento, è evidente, si scontra proprio col concetto naturale di società, o meglio di società moderna, secondo il quale ogni persona è sicuramente sì titolare di diritti individuali, ma che esercita all’interno ed in relazione ad una comunità molto più vasta, la quale si è data delle regole condivise, senza le quali non vi sarebbe lo Stato di diritto.
Ebbene, se come detto libertà e diritto sono indissolubilmente legati tra di loro, possiamo in ultimo affermare con certezza una sola cosa: la violenza non è libertà e scontrarsi non è un diritto.