Editoriale ·
Il primato della democrazia.
Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.
Così Aldo MORO in una delle sue ultime lettere alla moglie, la dolcissima Noretta. È rinchiuso nella prigione del popolo, dove aspetta rassegnato la morte, che sente oramai ineluttabile.
Per settimane ha scritto a tutti, nel vano tentativo di spingere la politica a trovare una soluzione che lo restituisca alla famiglia.
Non si vuole cedere al ricatto delle Brigate Rosse, le conseguenze potrebbero gravare sul futuro del Paese. Si chiama linea della fermezza. Tuttavia, esiste anche chi crede possibile il dialogo con i terroristi. Trattare per salvare la vita a Moro. È la linea della trattativa.
L’epilogo, purtroppo, è noto.
Perché questa premessa? Da oltre tre mesi Alfredo Cospito, anarchico condannato per terrorismo e sottoposto al 41 bis, è in sciopero della fame contro il carcere duro, mettendo a repentaglio la sua salute.
Nel corso del dibattito politico-giudiziario che ne è scaturito, si è fatto riferimento ad un presunto ritorno al ’78, volendo con ciò riferirsi ad un ipotetico parallelismo con il caso Moro, seppur limitatamente al dualismo tra la linea della fermezza e quella della trattativa.
A riguardo, appare utile fare chiarezza. Anzitutto, la situazione di Cospito è il risultato dellasua facoltà di autodeterminarsi, sia nelle scelte attuali che in quelle che hanno portato alla sua condanna. Aldo Moro, invece, non ebbe alcuna possibilità di decidere per sé stesso, né prima, nédopo il suo rapimento. Inoltre, nonostante non avesse colpe, Moro fu processato senza alcuna possibilità di difesa e condannato a morte senza appello. Per Cospito è stato celebrato un giusto processo in ogni grado di giudizio. Un fatto, quest’ultimo, che marca la differenza tra uno Stato democratico e uno autoritario.
Aldo Moro, per concludere, è un uomo delle istituzioni, propenso ad ascoltare e comprendere le ragioni politiche degli altri, di mediare e condividere. Egli non era un intransigente, non avrebbe mai fatto ricorso alla violenza per affermare le proprie idee, la sua fermezza era solo nella propria fede e nel rispetto della vita umana.
Cospito è un anarchico. Per definizione un anarchico non tratta con lo Stato, semplicemente perché non lo riconosce. Semmai lo combatte, anche ricorrendo alla violenza quale possibile strumento di lotta politica. La differenza tra le due figure è netta.
Ciò nonostante, le istanze di Cospito non sono rimaste inascoltate. Nel suo caso la legittimità del 41 bis è stata (e sarà ancora) esaminata, a riprova del fatto che il nostro ordinamento ha in sé i principi per agire con imparzialità, quali che siano le idee e i trascorsi della persona.
Ciò è possibile perché – ancorché imperfetto – quello italiano è uno Stato di diritto, figlio di un lungo e faticoso percorso storico-politico che ha consentito di affermare il primato della democrazia.
In ultimo, si è parlato anche di un’eventuale soluzione umanitaria. Ebbene, la solidità dei valori democratici dianzi rappresentati consentirebbe una scelta di quel genere, cioè finalizzata alla preservazione della vita e della dignità dell’uomo. Tuttavia, sebbene astrattamente percorribile, quell’opzione dovrebbe essere accompagnata da un percorso di ravvedimento, che peraltro basterebbe da sé a sciogliere il vincolo del 41 bis.