Editoriale ·
L’assordante silenzio
“Vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”. (Oriana Fallaci)
“Silere” dicevano i latini, ovvero tacere, non fare rumore. Il silenzio non è solo quella condizione per la quale vi è l’assenza di suoni e rumori, si tratta non solo di un sostantivo ma, soprattutto di un concetto. In una società nella quale vi è un continuo frastuono, il silenzio non viene ascoltato. Un’indifferenza frutto dell’assenza di empatia che non permette di carpire il perché del silenzio. Silenzio non significa però assenza di problematiche, anzi nella maggior parte dei casi esso rappresenta l’inizio dei problemi.
“La prima mafia si annida nell’indifferenza, nella superficialità, nel quieto vivere, nel puntare il dito senza far nulla e girarsi dall’altra parte. L’omertà uccide, la verità è la speranza.”
Così, a margine di una manifestazione in memoria delle vittime della mafia si espresse nel 2017 Don Luigi Ciotti. Lo spunto è così interessante e riflessivo che da il là alla ricerca del significato del silenzio come omertà. Alla luce delle stragi di mafia dei primi anni ’90 è lo stesso legislatore ad inserire il sostantivo omertà nell’art. 416 bis; la codificazione di questo termine è una rivoluzione copernicana nel mondo del diritto. Per la prima volta si combatte chi induce con violenza ad un atteggiamento silenzioso che non permette la collaborazione con la giustizia. Lo Stato nel corso degli anni ha dato risposte forti contro soprusi e vessazioni mafiose e la cultura dell’antimafia ha piantato nella società semi di legalità. Il problema permane però in alcune realtà, ove si è restii a fidarsi delle istituzioni perché la paura del male ingiusto fa da padrona. I semi piantati pian piano hanno dato i propri frutti in ogni luogo di aggregazione e della società, a partire dalla scuola, ove il tema viene apertamente affrontato e combattuto. È questa la base sulla quale lavorare e sviluppare le nuove generazioni, le quali devono conoscere un tormentato passato al fine di ottenere un futuro migliore. La scuola come luogo nel quale si afferma con determinazione il valore della civile convivenza, baluardo di legalità, egualità e giustizia. Il silenzio in ogni sua forma va capito e compreso, analizzato e gestito: nelle sue miriadi di forme, il silenzio assume diversi connotati e quello omertoso va combattuto con lo strumento del dialogo sociale, quel dialogo democratico che è sinonimo di fiducia nelle istituzioni.
“La lotta alla mafia deve essere un movimento culturale e morale che coinvolge tutti, che tutti abitui a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità.” (Paolo Borsellino)
Ecco che nelle realtà più difficili nelle quali c’è l’esigenza della presenza istituzionale è fondamentale ascoltare l’assordante silenzio. Chiunque si fermi, anche solo un attimo e si presti ad ascoltare questo fenomeno, si accorgerà di quanto rumore faccia l’indifferenza che rappresenta uno dei mali più dolorosi della nostra società. Tale fenomeno si radica e si annida nella cultura popolare quasi a diventare una consuetudine contra ius, nella convinzione che la ripetizione di questo atteggiamento sia corroborato dall’obbligo di atteggiarsi in un certo modo. Politica, istituzioni, sindacati, associazioni sul territorio hanno l’obbligo (e l’arduo compito) di vincere la resistenza omertosa, perché solo un cittadino collaborativo può costruire una società migliore. Un assordante silenzio è un silenzio che non esiste, si tratta purtroppo di un rumore illegale. Ascoltare come rimedio e non sentire come palliativo.
L’assordante silenzio.