Editoriale ·
Humus
La parola umiltà è legata al termine terra. Sembra strano, eppure l’etimologia del termine risiede nel latino Humilitas, che a sua volta deriva da “humus”, ovvero terra. Non c’è una connessione vera e propria ma, etimologicamente la parola umiltà è indissolubilmente legata a qualcosa di concreto, solido, qualcosa che resta ancorato. Orbene l’umiltà allora non è ciò che solitamente viene indicato come modestia ma, piuttosto la capacità di comprendere a pieno la propria condizione attraverso l’apertura verso l’altro senza preconcetti.
Nel corso della storia umana diversi sono stati i pensatori che hanno provato a declinare il concetto di umiltà. Tra tutti però, Sant’Agostino, ha probabilmente colto la base del concetto definendo l’umiltà come la base di ogni grandezza spirituale. Egli infatti diceva: “Il primo grado dell’umiltà è conoscenza di sé”. Dostoevskij successivamente evidenziò quanto l’umiltà fosse importante in virtù del fatto che quest’ultima non fosse ricollegabile alla rassegnazione, ma piuttosto alla forza interiore. Questo perché l’umiltà è lo strumento per comprendere e riconoscere il valore della fragilità umana. È solo attraverso questo atteggiamento interiore che si può avere consapevolezza di sé. Filosofia e letteratura hanno perciò cercato di celebrare l’umiltà come un baluardo della crescita personale, un valore fondante e fondamentale dell’essere umano.
Una riflessione è però doverosa: l’umiltà è ammissione di inferiorità? La risposta è assolutamente no! Essere umili non significa sminuire il proprio essere, ma piuttosto significa consapevolezza di se stessi, accettando di non possedere la conoscenza assoluta. L’umiltà è apertura verso il prossimo, verso il mondo circostante, assenza di presunzione. Se si accetta questa condizione, si genera un meccanismo che permette lo sviluppo della società attraverso la collaborazione. L’umiltà risulta essere perciò un valore comprensivo in primis dell’io, ma soprattutto del prossimo. Chi conosce profondamente se stesso è più “forte” dell’altro, perché conosce i propri limiti e sa perfettamente dove può spingersi. La crescita personale passa anche attraverso la comprensione dei propri limiti e l’apertura verso il prossimo.
Il concetto di umiltà è legato indissolubilmente a quello di sindacato. Se il concetto nasce e si sviluppa attraverso la consapevolezza del proprio essere, allo stesso modo il sindacato nasce e si sviluppa sul riconoscimento che la dignità del singolo lavoratore trova compimento solo nella forza collettiva. Il benessere personale non può prescindere dal benessere comune. Il sindacato è perciò quello strumento sociale che riconosce in primis il disagio collettivo facendosi carico delle problematiche altrui. Il sindacato è umiltà collettiva, quella forza inarrestabile di conoscenza del proprio essere e di apertura verso il prossimo. Chi si unisce al sindacato compie un gesto che non è di sottomissione a qualcosa o a qualcuno, ma riconosce il bisogno di non essere da solo, sentendosi parte di un’organizzazione; quell’organizzazione che condivide in primis diritti, ma che ascolta e riconosce fatica e lavoro.
L’umiltà è perciò condizione di riconoscimento, non elemento di privilegio. Proprio come il sindacato: chi vi appartiene è parte di una comunità egualitaria, ove uno è eguale ad uno e non esistono precondizioni di privilegi rispetto ad un altro lavoratore. Ciò che contraddistingue il sindacato è l’umiltà della propria coscienza: ascolto, uguaglianza, riconoscenza. L’umiltà è perciò fondamento e radice; è quella qualità che ci permette di crescere rimanendo legati ad alcuni principi che ci tengono con i piedi per terra. Conoscere i propri limiti nella vita, come nel lavoro, è strumento di forza. Solo chi rimane radicato a questo principio può conoscere la verità più profonda. E allora chi sa chinare il capo verso la terra, ha la forza per alzare lo sguardo verso il cielo.
Non c’è umiltà senza terra. Humilitas ed humus sono indissolubilmente legati.