Editoriale ·

Eleganza

Copertina dell’editoriale «Eleganza»

Grazia nel portamento, misura nei gesti, raffinatezza nell’abbigliamento. Se ne facessimo una mera estensione dell’aspetto esteriore, impoveriremmo il senso più profondo del termine. L’etimologia della parola deriva dal verbo eligere (scegliere, in latino) e perciò l’eleganza è prima di tutto scelta accurata, capacità di distinguere. Non si tratta di lusso o semplicemente di gusto, piuttosto di un atteggiamento verso gli altri, espresso nel modo di porsi con la società intera.

Quando oggi si parla di eleganza, si affronta un tema quasi estraneo alla società globalizzata. Il concetto è ormai slegato dalla sua formulazione originaria, perché tutto è rapido, veloce, effimero. Manca raffinatezza. L’eleganza non può essere ridotta a mero spettacolo, ma dovrebbe indicare misura e sobrietà. Autori come Nietzsche hanno sempre invitato a diffidare del gregge. L’eleganza non è un diritto di nascita, ma personalità acquisita, rispetto per l’altro, sobrietà di pensiero.

L’eleganza dovrebbe essere la bussola per ritrovare l’educazione civica. Essa ci insegna che la libertà di espressione non si impone urlando, ma invita a mostrare il carattere attraverso l’assordante silenzio del riconoscimento. Hannah Arendt ricordava che l’agire politico avesse bisogno di uno stile: lo stile, per lei, era proprio quello dell’eleganza civica. La politica elegante è quella che si mostra in pubblico con l’agire tipico di chi non ostenta.

Il nostro mondo è ormai orfano di diverse figure di riferimento. La globalizzazione e il continuo progresso hanno certamente innovato il modo di pensare e di vivere, ma la maestra che vestiva in un certo modo trasmetteva disciplina; l’operaio orgoglioso dei propri sacrifici mostrava elegantemente abnegazione; il sindacalista preparato, capace di parlare in pubblico, mostrava elegante fermezza, senza cadere nei tranelli retorici che contraddistinguono il nostro tempo. Un tempo che ha fretta di ottenere senza essere.

Questa premessa è necessaria per comprendere quanto le organizzazioni collettive, come il sindacato, abbiano perso l’eleganza. Si fa a gara a chi ha più iscritti, senza rendersi conto di quanto invece serva vicinanza alle persone. La verità è che i numeri hanno sempre ragione, e chi non ha bisogno di tesserare è perché la struttura possiede fermezza. Anche questa è eleganza. Eleganza che si manifesta soprattutto nello stile di comunicazione. Non servono slogan, sotterfugi o malelingue. L’eleganza del sindacato è capacità di ascoltare, di mantenere equilibrio anche nelle situazioni più difficili, fermezza nel momento del bisogno.

Il sindacato ha l’obbligo di recuperare la dignità e la compostezza tipica di chi veste con eleganza. Non tanto per la sobrietà dell’agire, quanto per lo stile di affermarsi senza clamore, senza ridicolizzare l’altro. Chi oggi utilizza le organizzazioni collettive per emergere come singolo non ha perso soltanto in termini di eleganza, ma soprattutto in termini di valori.

L’eleganza sindacale è necessaria, perché non si veste di numeri, ma di persone. Le battaglie condotte con energia sono il più alto segno di solidità. Il sindacato ha il dovere di trasmettere ai lavoratori lo stile dell’eleganza attraverso il recupero del senso civico. Il sindacato è dignità sociale, la forma più impegnativa di società evoluta.