Editoriale ·
Francesco
In un presente intriso di dignità perduta, relegata a rango di optional, Papa Francesco ha travalicato con le proprie parole i confini religiosi, vestendosi di etica civile e impegno verso il prossimo. La sua riflessione, anche se pronunciata per lo più nel contesto della dottrina cattolica, è intrisa di visione valoriale, capace di raggiungere credenti e non credenti. A ben vedere, il suo operato ha lasciato scorrere una goccia costante che ha di fatto scavato la roccia; le sue parole hanno saputo muovere l’animo dei più, non per l’autorità con cui sono state pronunciate, ma piuttosto per la vicinanza sociale che le ha accompagnate.
Temi quali la giustizia, il lavoro, il sacrificio e, soprattutto, la dignità rappresentano il punto di contatto più importante con il sindacato, custode e baluardo di tali prerogative. Il punto di contatto con Francesco si rinviene ancor di più quando egli parla della “cultura dello scarto”: la disoccupazione, il lavoro precario, lo sfruttamento, la considerazione dell’inutilità sociale di alcune categorie. La cecità con cui il nostro tempo affronta questi problemi è ormai evidente, ed il sindacato è chiamato a contrastare questa logica “predatoria”. La logica che sottintende tali prerogative è insita in una società che difficilmente elimina la logica del “mezzo”, ed il sindacato è chiamato a combattere la “cultura dello scarto”.
La dialettica di Papa Francesco è sempre stata improntata sul discorso della costruzione: il verbo “costruire”, nel senso più totale del suo significato, dal concreto al metaforico. Bisogna ritrovare la forza di scorrere. Il sindacato costruisce rapporti, espone visioni e realizza progetti; coesione e visione: è questo il “must” di un costruttore. Il sindacato non è solo un’entità idilliaca, ma è sinonimo di linguaggio e di condivisione, responsabilità fusa alla professionalità.
La morte del pontefice è un momento di riflessione sociale che investe ogni ambito della vita odierna. Ci troviamo di fronte a un evento che metaforicamente pone in risalto la libertà della giustizia sociale, svincolata da una retorica del risultato ed intrisa di speranza verso il futuro. Il suo è stato un invito a “non lasciarsi rubare la speranza”. Le libertà democratiche, i diritti conquistati, sono l’essenza della dignità lavorativa, ed il sindacato costituisce l’attore principale a difesa di tali rivendicazioni. La morte di Francesco chiude un ciclo, a cui ne seguirà, si spera, uno altrettanto dedito all’attenzione verso il prossimo, che esalti la difesa e la tenacia delle prerogative raggiunte e conquistate.
Il sindacato oggi ha bisogno di coscienza viva, quella coscienza che si rinviene nelle parole di Francesco quando dice: “Il lavoro non può essere strumento di sfruttamento, ma espressione della dignità dell’uomo”.
Ebbene, mai parole sono state più vicine all’opera del sindacato puro. Francesco dice: “Se viviamo chiusi e indifferenti restiamo paralizzati, ma se ci spendiamo per gli altri diventiamo liberi.”
Francesco, colui il quale, pur non avendo mai lavorato in una fabbrica, ha saputo dare al lavoro il suo volto più sacro, e non per decreto divino, ma per volontà umana.