Editoriale ·

Censura

Copertina dell’editoriale «Censura»

Ci sono diversi modi attraverso i quali si può manifestare la povertà intellettuale, quella più riconoscibile e probabilmente più pericolosa è certamente la censura. Non si vuole definire quella esercitata apertamente dai regimi che la storia ha condannato, ma quella più modesta, quella per così dire di carattere provinciale. Chi impedisce la circolazione delle idee, nella sua forma più semplice ed elementare, attraverso per esempio la superbia, l’intolleranza al confronto o la rimozione materiale di documenti destinati alla pubblica lettura.

Pensiamo al mondo sindacale: quando si strappa un comunicato non si attua un gesto di dissenso, perché questo appartiene alla sfera del confronto, della replica e dell’argomentazione in generale; si tratta piuttosto di un vero e proprio atto di censura nella sua forma certamente più elementare, subdola. Non rispondere alle idee ma cercare di impedirne la circolazione e la conoscenza non contesta una tesi, ma la sottrae agli occhi di chi potrebbe leggere e valutarla autonomamente.

La censura ha una genesi precisa, la convinzione che la verità sia pericolosa. Nella storia la censura ha proibito la pubblicazione di scritti, ha permesso la chiusura di giornali ed ha perseguitato chi ha avuto il coraggio di opporsi con le idee. Sarebbe ridicolo paragonare la rimozione di un scritto sindacale alle vicende che hanno coinvolto la nostra storia attraverso una vera e propria repressione; eppure il principio è il medesimo, seppure in scala infinitamente minore: un vero e proprio atto di occultamento al fine di sostituire il libero giudizio delle persone.

Ogni tentativo di impedire la diffusione del pensiero rappresenta in realtà una vera e propria dichiarazione di sfiducia nella forza delle proprie argomentazioni. La convinzione delle proprie idee non teme uno scritto, anzi ne fa la base per affermare il proprio pensiero e sostenerlo pubblicamente. D’altronde già nel 600 John Milton affermava che chi distrugge un libro uccide la ragione stessa.

Il paradosso però è che la censura raramente raggiunge il proprio obiettivo, anzi tende spesso a generare l’effetto completamente opposto. Cosa conteneva quel documento di così importante? C’era forse una verità troppo imbarazzante? O forse era talmente privo di contenuti tale da farlo finire nel cestino sottostante? Il giudizio, quello più equilibrato, non è mai singolo. I latini dicevano “Vox Populi, Vox Dei”.

Schopenhauer, non uno qualunque, osservava che la verità viene prima derisa, poi osteggiata e infine accettata come evidente.

La censura, perciò, non è solo un meccanismo di forza incontrollata, è principalmente uno strumento di debolezza che nasconde la paura di affrontare i problemi.

Rimane l’amarezza! Oggi la nostra società che pure appare così evoluta, in realtà nasconde il pericolo di strumenti che appartengono ad un passato buio. L’invito è una riflessione collettiva: la censura non richiede autorevolezza, non richiede coraggio, ma semplicemente una mano occulta che strappa un foglio quando nessuno guarda.

Tra le tante cose che la storia ci ha insegnato resta un’immutabile lezione: le idee possono essere discusse, confutate o ridicolizzate, ma non possono essere eliminate. Chi prova a farlo dimostra solo la propria debolezza.