Editoriale ·
La ricerca della curiosità
“Io so con assoluta certezza di non possedere un talento speciale; la curiosità, l’ossessione e l’ostinata resistenza, unita all’autocritica, mi hanno portato alle mie idee”. (Albert Einstein)
Ciò che contraddistingue l’uomo da ogni altro essere vivente è certamente il pensiero, ovvero quella facoltà mentale di rappresentazione interna. Ai più sembra certo un qualcosa di normale ma, nella realtà si tratta di un potere sconfinato che ha permesso nel corso dei secoli, lo sviluppo della società odierna. Prima il mondo classico greco, poi quello latino, sino ad arrivare all’apogeo illuministico nel quale l’utilizzo dell’intelletto ha smosso le coscienze dei singoli, invitate a ragionare sull’io più profondo: ricerca continua, curiosità per essere più precisi. Per capire cosa si intende per curiosità bisogna partire dall’etimologia del termine che, come al solito, deriva dal latino: “curiositas”, termine che a sua volta deriva da “cura” che significa propriamente sollecitudine. Il curioso perciò, non è altro che colui il quale si cura, che è sollecito nell’investigare. La curiosità deve essere identificata come voglia di accrescere il proprio sapere.
Oggi bisogna riflettere sull’attenzione che la società rivolge allo studio di ogni fenomeno quotidiano perché molto spesso ci si limita ad osservare ciò che succede nel mondo circostante senza però approfondire per conoscere ed imparare. La tecnologia ha cambiato l’aspetto del pensiero tipicamente umano, ovvero quella ricerca di soluzioni pratiche a problemi contingibili. Basta un click per trovare la risposta ad ogni singola domanda. Si sta perdendo di vista l’immane potere dell’intelletto, la curiosità di sforzarsi a ricercare soluzioni attraverso il pensiero. Pensiero che deve necessariamente votarsi ad una ricerca sociale: Aristotele definiva l’uomo come “animale sociale”, ovvero un animale che ha bisogno della comunità per realizzarsi. Questa definizione, tanto cruda quanto realistica, ci dà modo di comprendere quanto sia importante ricercare continuamente la curiosità nella società. Lo studio, sin dai primi anni di vita, è la base della conoscenza e del raffronto sociale. L’ignoranza va combattuta con ogni mezzo, perché solo un uomo che conosce può definirsi libero. La nostra società deve combattere l’ignoranza che si annida in ogni ambito del quotidiano vivere; basti pensare al mondo lavorativo e all’impatto della formazione su quest’ultimo. Solo un lavoratore continuamente formato può conoscere e sapere quelli che sono i propri diritti ed i propri doveri; tanto più se si analizza la politica di grandi imprese che, in relazione alla componente personale, utilizzano la tecnica di formazione permanente, anche detta “Lifelong learning”, ovvero apprendimento per tutta la vita. L’educazione allo studio e la ricerca della curiosità come scelta di vita realizzano una società intraprendente, una società che osserva, comprende e reagisce in relazione alle proprie conoscenze. È obbligo di ognuno pretendere le condizioni che permettano l’eliminazione dell’ignoranza evitabile ed è altrettanto obbligatorio smuovere le coscienze dei singoli. Sino a quando la conoscenza è stata in mano a pochi, il potere è rimasto ancorato ad una cerchia ristretta che lo ha utilizzato a proprio piacimento: la storia diceva Cicerone è “magistra vitae” ed ecco perché è importante conoscere, studiare e ricercare. La democrazia è un conquista dell’intelletto, la ricerca di un equilibrio che si basa sulla volontà di un popolo “conoscente”. Ricerca e curiosità non solo come sostantivi ma soprattutto come verbi imperativi: ricercate, curiosate!
“Che giovano a quell’uomo ottant’anni passati senza far niente? Costui non è vissuto, ma si è attardato nella vita; né è morto tardi, ma ha impiegato molto tempo per morire”. (Lucio Anneo Seneca)
La ricerca della curiosità.