Editoriale ·

Via

Copertina dell’editoriale «Via»

C’è un proverbio antico che dice: “Chi lascia la via vecchia per la via nuova, sa quello che lascia ma non sa quello che trova”. Una frase che aldilà della sua semplicità, nasconde un significato profondo, universale: prudenza nel cambiamento. Il proverbio non invita a rimanere immobili, ma piuttosto vuole essere un invito a ricordare che l’innovazione reca con sé alcuni rischi. In questo senso il futuro nasconde delle insidie che a volte si sottovalutano.

Alla luce della società contemporanea, bisogna valutare la velocità con la quale sono avvenute le trasformazioni sociali. Questa velocità, porta spesso a dimenticare tutto ciò che si è conquistato nel passato, attraverso il cammino della “via vecchia”. Ebbene i diritti sociali, le battaglie valoriali e tutti gli strumenti di tutela collettiva, fanno parte di un percorso che costituiscono i passi della “via vecchia”.

Il sindacato allora rappresenta una delle eredità più importanti: nato come risposta alle continue oppressioni del Novecento e soprattutto come controfigura allo sfruttamento dovuto alla rivoluzione industriale, questo organismo è riuscito ad evolvere trasformando di fatto i conflitti in negoziazione, lo sdegno in rappresentanza, lo sconforto in dignità. Oggi il sindacato è (o forse dovrebbe essere) strumento della democrazia, che incarna lo spirito della lotta attraverso il canale del dialogo.

Stiamo assistendo sempre più spesso a conflitti che imperversano il nostro mondo, conflitti che richiamano ricordi di un passato nefasto. Quello che manca è proprio un canale comunicativo, assenza di mediazione, baratro nel futuro. La guerra tra Ucraina e Russia, o quello che sta avvenendo in Medio Oriente, non sono altro che il risultato di una mediazione poco efficace. Il paragone è semplice, ma illuminante: se il sindacato non esistesse mancherebbe la mediazione tra datore di lavoro e lavoratori. Questo condurrebbe il mondo del lavoro alla perdita dei diritti che sono invece sacrosanti ed irrinunciabili.

In molti ritengono che il sindacato sia figlio della “strada vecchia”, quasi inadatto alla società globalizzata del nuovo millennio, ma mai come ora il lavoratore vive una condizione di solitudine. Sì, solitudine che è figlia di algoritmi, intelligenza artificiale e schermi multifunzione. Bisogna riflettere su quello che è il ruolo del lavoratore oggi: siamo sicuri di aver superato lo sfruttamento del passato o siamo di fronte ad un nuovo tipo di sfruttamento? Le fabbriche di oggi non sono certo quelle dell’Ottocento, ma spesso, anche se con forme diverse, i problemi rimangono insuperabili.

Oggi il sindacato ha l’obbligo di seguire la via nuova attraverso gli insegnamenti della vecchia strada. Questo significa che il cambiamento non può non passare da alcuni principi che devono essere l’ago della bussola nelle scelte da affrontare. Il sindacato è faro nei momenti di buio, quell’organismo che deve saper mutare pelle senza trasformare la sostanza. Alcuni principi non possono cambiare, perché è nell’anima del sindacato la logica dell’altruismo, dell’informazione e della formazione; quella logica che persegue la giustizia sociale attraverso il riconoscimento dell’altro prima come persona e poi come lavoratore.

La sfida è non voltarsi indietro ma percorrere quella via con la consapevolezza del passato. È solo attraverso questo difficile percorso che si può aiutare chi ne ha più bisogno, conquistando giorno dopo giorno quella dignità che molto spesso è necessaria negli occhi di chi lavora.