Editoriale ·
Utopia
Ou (non) e tópos (luogo), letteralmente un “non luogo”. La traduzione dal greco antico ci porta a pensare a qualcosa che non esiste. Eppure c’è un concetto che si lega inevitabilmente al termine utopia: l’immaginazione. Tutti noi attraverso le capacità intellettive, abbiamo il potere di immaginare anche ciò che non esiste; questa capacità ha differenziato profondamente rispetto al mondo animale.
La filosofia da sempre cerca di spiegare tutto ciò che ci circonda, spingendo l’uomo a chiedersi anche dell’esistenza dell’invisibile. Il termine utopia fu coniato per la prima volta da Thomas More nel lontano 1516, quando lo scrittore diede vita ad un capolavoro, denominato appunto “Utopia”, che ancora oggi è oggetto di studio. Nell’opera l’autore immaginava un’isola ideale nella quale l’uguaglianza, la giustizia e l’armonia sociale erano la sintesi di un sistema giustappunto ideale. Sebbene il termine sia stato coniato nel 1516, il concetto di utopia è molto più antico; Platone nel suo famosissimo dialogo La Repubblica, immaginava una città nella quale i filosofi governavano con un ruolo ben preciso, ove la giustizia era l’equilibrio tra le parti dell’anima ed il resto della società. La città descritta da Platone costituiva perciò un esercizio ideale, uno sprono per affrontare il futuro con un obiettivo da realizzare.
Sulla via solcata da quest’ultimo, nel 1623, si inserì Tommaso Campanella, il quale sviluppò un testo che è ritenuto dalla critica fra le più importanti utopie filosofiche della modernità. Anch’egli, nella sua idea utopica, immaginava una città ove tutto era funzionale al bene comune. Per le sue idee, al tempo, fu perseguitato, ma anch’egli utilizzò la propria opera immaginaria per spronare i lettori ad avere come obiettivo una società migliore.
Il valore dell’utopia molto spesso non può ritrovarsi nella realizzazione pratica, ma piuttosto in quella funzione propositiva e critica di cui la nostra società ha estremo bisogno. Se avessimo detto agli egizi del mondo antico (tra l’altro cultori dell’astrologia) che l’uomo dopo qualche secolo avesse avuto la possibilità di visitare la Luna, questi ci avrebbero presi per pazzi. Eppure è successo! L’utopia a volte è irrealizzabile, ma rappresenta uno stimolo da perseguire.
Il sindacato sin dalle sue origini ha cercato di portare idee utopiche; la volontà di costruire un mondo del lavoro giusto, utopico, ha smosso l’immaginazione di molti, portando ad un confronto e ad uno sforzo teso a migliorare le condizioni di chi quotidianamente offre la propria attività. Ciò che si vuole dimostrare è lo sforzo di tensione utopica che il sindacato ha rivolto negli anni nel mondo del lavoro, ovvero la volontà di costruire qualcosa di giusto, equo, un po’ come Platone e Campanella avevano fatto qualche secolo prima con le loro città immaginarie. L’affermazione è storica e comprovata, proprio perché il sindacato nasce nel contesto della Rivoluzione industriale, come risposta alle condizioni disumane nelle quali versavano i lavoratori. Il sindacato rappresentò l’immaginazione collettiva, utopica di un mondo ideale, un’utopia d’azione.
Bisogna fare lo sforzo di comprendere che il sindacato non è solo strumento di contrattazione collettiva, ma soprattutto un luogo “simbolico” nel quale ogni lavoratore ha il diritto di immaginare; immaginare un mondo lavorativo diverso, migliore. Le conquiste che un tempo sembravano impossibili sono oggi reali grazie a quella tensione utopica che il sindacato ha saputo mettere in campo. L’utopia non è illusione, ma per certi versi una bussola da perseguire.
Il sindacato che rimane ancorato ai propri principi è proprio questo: promessa di equità, giustizia e anticipazione del futuro; mattone dopo mattone esso genera una costruzione lenta, difficile, ma allo stesso tempo determinata di ciò che ancora non c’è.