Editoriale ·
Il silenzio
Il silenzio è uno dei fenomeni più enigmatici dell’esperienza umana. I filosofi dell’antichità vi leggevano l’essenza del pensiero profondo: nel silenzio, l’uomo incontra sé stesso. Ma vi è un’altra forma di silenzio, più sottile e insidiosa, che non nasce dall’introspezione, ma dall’arretramento.
In questi tempi complessi, mentre il lavoro affronta cambiamenti rapidi e spesso iniqui, chi rappresenta i lavoratori si trova di fronte a un bivio: parlare o tacere. Esporsi o restare nell’ombra. Noi abbiamo scelto la parola, quella parola che impegna, che espone, che chiama alla responsabilità. Abbiamo scelto di esserci, di prendere posizione, anche quando questo comporta fatica, anche quando sarebbe più semplice lasciar correre.
Nel silenzio assordante di chi dovrebbe alzare la voce, il nostro impegno risuona ancora più forte. Quando il rumore si spegne, resta solo chi continua a difendere i diritti, senza attendere consenso, mentre alcuni scelgono il silenzio come comoda distanza. Noi, invece, accompagnati dalla presenza quotidiana dei colleghi che mai ci hanno lasciato soli, crediamo che il sindacato non debba mai tacere di fronte all’ingiustizia.
La storia, quella vera, non si è mai scritta nel silenzio. È fatta di voci che hanno avuto il coraggio di uscire allo scoperto, di mani che hanno indicato la strada anche nel buio più profondo. Noi continuiamo a credere che tacere di fronte a ciò che è ingiusto non sia neutralità, ma involontaria complicità.
Per questo parliamo. Perché i lavoratori hanno bisogno di voce, non di silenzio.