Editoriale ·
Parrocchia
La parola parrocchia è un termine di portata molto antica: deriva infatti dal greco paroikía, da pará (presso) e oikía (casa). Nello specifico, indicava la condizione dello straniero residente, ovvero colui il quale abitava “accanto alla casa”, non all’interno. È un’idea di marginalità e, soprattutto, di prossimità. La parrocchia nasce quindi come comunità, e non necessariamente sotto il cielo di un culto, ma piuttosto come condizione di protezione.
Nel corso degli anni, la parrocchia ha sviluppato un significato molto più istituzionale, facendone un termine indissolubilmente legato all’“ecclesiastico”. Rimane, però, un termine che continua a rappresentare l’essenza della “vicinanza”. Tendenzialmente, questa dovrebbe rappresentare una molteplicità di differenze sotto un tetto comune: uno spazio sociale ove le differenze sono un valore, e non sinonimo di diffidenza, ma di equità e dignità.
Se valutiamo il termine sotto l’aspetto allegorico della convivenza civile, esso rappresenta un micro-mondo, o per meglio dire una micro-comunità, ove storie di vita si intrecciano. Certo, c’è un rischio: quello dell’autoreferenzialità, perché la parrocchia potrebbe rappresentare qualcosa di chiuso. Ma c’è di più: la parrocchia è mutuo soccorso, attenzione verso gli altri. Ecco, attraverso questo tema possiamo dare una lettura allegorica di quella che è la società odierna: inclusione ed esclusione, regola ed eccezione.
In una società come quella odierna, torna sempre in auge il ruolo del sindacato. E cosa c’entra con la parrocchia? Il sindacato è coscienza critica della parrocchia sociale. Parliamo di uno strumento con il quale la tensione interna della comunità trova voce in chi non può esprimerla. Il sindacato difende il principio; tutela la dignità, che è un valore molto più trascendente rispetto all’immanenza della materialità. E allora, se la parrocchia è lo spazio sociale della prossimità affettiva, il sindacato è lo spazio della prossimità etica. Qualcuno, in passato, ha definito il sindacato “l’organizzazione della spontaneità”. Questa affermazione era intrisa di coscienza politica, ma, cogliendone il valore più puro, possiamo affermare con certezza che il sindacato è organizzazione della spontaneità universale: esso abbraccia il principio, non l’appartenenza. La lotta alle disuguaglianze passa inevitabilmente dal difendere il diritto del lavoratore, a prescindere dalla posizione all’interno della parrocchia. È questo il principio della giustizia sociale, l’essenza dell’equità pura.
Il sindacato non difende il parrocchiano perché lo si conosce, ma perché ne riconosce il bisogno, prendendosi cura anche di chi non abbraccia il tetto parrocchiale. Il sindacato si prende cura di chi è escluso, di chi è anonimo. Ecco, forse, se vogliamo dirla tutta, è estensione verso qualcosa di più grande: un segno di universalità. Ebbene, il sindacato non è cerchia, ma campo.
In una società frammentata, sempre alla ricerca degli obiettivi personali, il sindacato costituisce l’antidoto alla spersonalizzazione: l’unione e la forza che unisce i parrocchiani e i non parrocchiani. È qualcosa di vitale, nel cui spazio prende vita l’azione collettiva di difesa universale, ribadendo che l’agire non è personale, ma rivolto verso qualcosa di più grande: la difesa del principio, restando fedele all’ideale del valore.
Difesa anche quando nessuno lo chiede.