Editoriale ·
Resilienza
Ci sono viaggi che non compaiono nei libri di storia né tantomeno in quelli di letteratura, ma somigliano molto a quello affrontato da Ulisse. È il viaggio di chi ogni giorno “parte” senza sapere come affrontare il mare. La celebre opera di Omero non lascia mai spazio a trame lineari: l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Il mare diventa mosso all’improvviso, il vento sferza rapidamente e ciò che dovrebbe offrire rifugio nasconde in realtà inganno e tempesta. Eppure Ulisse non viene sopraffatto da questo turbinio di incertezze, ma affronta, non senza difficoltà, tutto ciò che gli si pone davanti. Questo perché egli incarna la tipicità di chi non si arrende alle prime difficoltà, ma si adatta al viaggio senza piagnucolare. Omero non la chiama resilienza, ma ne descrive perfettamente lo spirito.
Oggi noi identifichiamo questa qualità con una parola: resilienza. La resilienza è quella forza che permette di cadere e trovare comunque la capacità di rialzarsi e riprendere il timone in mare aperto. Le avventure narrate da Omero appartengono al mondo del mito e dell’epica, eppure le difficoltà quotidiane del nostro tempo non sono da meno. La società è un po’ come il mare: cambia repentinamente. Ogni giorno si verificano eventi che spostano gli equilibri da una parte all’altra e c’è chi deve adeguarsi rapidamente. Pensiamo per esempio alle forze dell’ordine: in questo mare agitato che è la società contemporanea ci sono marinai che non possono permettersi di fermarsi troppo a lungo. Ogni turno è una navigazione incerta con mille difficoltà, ogni intervento è diverso, complesso da gestire e difficile da risolvere. Proprio come Ulisse si parte con l’incertezza di ciò che accadrà, senza conoscere l’epilogo della giornata lavorativa. Proprio come Ulisse però occorre utilizzare l’intelligenza e la disciplina; mantenere il sangue freddo ed adattarsi a tutto ciò che si presenta davanti, senza esitazioni e senza paura di affrontare l’ignoto.
È questa la caratteristica della resilienza: affrontare l’ignoto adattandosi, ora dopo ora, giorno dopo giorno, ai cambiamenti ed alle difficoltà. La capacità di rimanere lucidi anche quando il mare è in tempesta ha permesso a Ulisse di tenere saldo il timone e di ritornare alla propria Itaca. Così le forze dell’ordine oggi servono lo Stato anche quando il mare della società è agitato. Ma c’è di più. Il percorso non è mai di un singolo e la resilienza non basta se tutto si affronta da soli. Proprio come nell’Odissea nessuna nave affronta il mare da sola. Nell’Odissea Ulisse ha il suo equipaggio ed ogni equipaggio ha bisogno di protezione, di qualcuno che difenda i marinai quando il viaggio diventa duro. Nel nostro tempo quel ruolo appartiene al sindacato. Il sindacato è la bussola della nave: non serve a rallentare il viaggio, ma ad evitare che i marinai vengano inghiottiti dalla tempesta. Difendere i diritti, le condizioni di lavoro e la dignità professionale significa rendere la navigazione più lunga e più sicura nel lungo periodo. Il sindacato è dunque la bussola che guida la nave. Tuttavia ogni equipaggio sa che la bussola perde il suo valore quando qualcuno la usa non per guidare la nave ma per orientarla verso il porto della propria casa e non verso la rotta comune. Quando ciò accade il mare non è solo mosso o torbido, ma diventa pericoloso perché mina lo spirito stesso della nave. Il sindacato allora, quello vero, viene prima dell’ambizione personale del singolo e la resilienza diventa collettiva. Diventa la capacità di un’intera comunità di affrontare il mare senza perdere la propria umanità. Ulisse alla fine del viaggio torna a Itaca perché quella era la rotta comune, senza inseguire soltanto un interesse personale: il suo obiettivo era molto più grande. Il bene dei suoi compagni e della propria terra, la dimostrazione che con la forza collettiva è possibile attraversare anche i mari più tempestosi. Così oggi ogni qualvolta una pattuglia esce di notte, ogni qualvolta qualcuno difende un diritto, quel viaggio continua per il bene comune.
La vera resilienza sta proprio nel sapere che il mare non sarà sempre calmo, scegliendo ogni giorno di salpare piuttosto che rimanere a guardare.