Editoriale ·

8 Marzo

Copertina dell’editoriale «8 Marzo»

Alcune giornate nascono per ricordare e, spesso, la nostra società le trasforma invece in gesti automatici di natura consumistica: fiori, frasi estratte da ChatGPT, brindisi effimeri. Così, troppo spesso, l’8 marzo si riduce a una celebrazione che dura poche ore, a discapito di una storia che racconta ben altro e che non può essere “compressa” in pochi minuti.

La donna, bisogna dirlo fin dall’inizio, non è una ricorrenza, non è un simbolo esibizionistico e non può essere oggetto di mercificazione stagionale.

La storia della donna è una storia che va al di là della semplice narrazione descrittiva: è la storia di chi ha dovuto dimostrare il doppio per ottenere la metà. In questo percorso così complesso, un ruolo decisivo lo ebbe la nascita dei movimenti di lavoratrici tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che lottarono per diritti fondamentali come condizioni di lavoro dignitose, salario equo e diritto di voto.

Si trattò di una grande aggregazione collettiva che diede voce a chi non poteva gridare. La voce individuale diventò forza comune e il diritto non fu più una concessione, ma una conquista.

Il filosofo Charles Fourier affermava: “Il grado di emancipazione di una società si misura dal grado di emancipazione delle sue donne”. Questo perché la condizione femminile nel mondo è da sempre uno dei più chiari indicatori dello stato di salute delle democrazie.

Oggi la nostra società è ricca di figure femminili che danno lustro a ogni ambito lavorativo. Lo dimostra anche il mondo delle forze dell’ordine, dove l’ingresso delle donne ha apportato un contributo significativo in termini di empatia, funzionalità, competenza ed equilibrio all’interno di un complesso sistema di sicurezza.

L’uniforme indossata da una donna racconta una storia e un percorso di conquista: una strada spesso ripida, volta all’affermazione di un ruolo che ha contribuito a cambiare il volto delle istituzioni.

Accanto a questo cammino, però, resta una ferita che purtroppo continua ad aprirsi con cadenza costante, e ha un nome ben preciso: femminicidio. Non è soltanto una parola che identifica un atto deplorevole, ma il segno di una società divisa, quasi come il dottor Jekyll e Mr. Hyde. Quando qualcuno uccide, l’umanità intera perde; figuriamoci quando chi viene ucciso ha la sola “colpa” di essere donna e di aver scelto di essere libera.

Eppure, molto di ciò che oggi siamo lo dobbiamo a donne che hanno cambiato la storia. Basti pensare a Marie Curie, Madre Teresa di Calcutta, Rita Levi-Montalcini. Il loro modo di vivere il mondo ha contribuito a costruire una società più giusta, una società che dalle loro azioni e dalle loro scoperte ha tratto strumenti fondamentali per la propria evoluzione.

Ecco perché è importante onorare le ricorrenze con la consapevolezza del percorso e non limitarsi a moltiplicare i simboli. Ricordare una data cerchiata di rosso sul calendario è semplice; molto più difficile è difendere quotidianamente la dignità di questo percorso, nel mondo del lavoro, nelle istituzioni, nella cultura e nella società.

La donna non è un gesto rituale, ma è colei che dona la vita, costruisce, protegge, educa, guida. Se la società imparerà davvero a riconoscere tutto questo, allora si smetterà finalmente di celebrare le donne per un solo giorno all’anno.

L’auspicio è che le future generazioni non si fermino alla materialità dei gesti o alla fugacità della goliardia di una serata, ma comprendano lo sforzo del percorso compiuto per ottenere diritti che, fino a pochi decenni fa, sembravano soltanto un miraggio.