Editoriale ·

Percorso

Copertina dell’editoriale «Percorso»

Mai scritta, probabilmente mai citata, certamente storica: “il fine giustifica i mezzi”. Questa frase viene attribuita a Niccolò Machiavelli, autore de il Principe, opera immensa in relazione al periodo storico nel quale è stata pubblicata. Nell’opera si sostiene che il sovrano, qualora debba gestire e mantenere l’ordine sociale, può discostarsi dall’etica comune. Si tratta di una concezione politica molto forte, nella quale le strategie decisionali vengono adottate indipendentemente dalla logica morale. Questa concezione mette in dubbio i fondamenti etici della società, realizzando condotte che non si pongono limiti in ordine al risultato da raggiungere; in altre parole, si parla di un atteggiamento senza scrupoli.

L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1532, riletta in chiave moderna, sembra essere davvero molto attuale; i principi di quella famosa frase sono vivi e vegeti nella nostra società. Questo lo si deduce principalmente dall’ambizione personale, l’apparenza e la brama di potere che è pervasiva nel nostro mondo. È innegabile che questo atteggiamento porta con sé una scia di problematiche, compromessi morali e disvalore intrinseco. La società moderna porta con sé una visione marcatamente “machiavelliana”, con un rischio di disgregazione sempre molto forte in virtù dell’ottenimento di vantaggi materiali. L’opportunismo, che serpeggia incessante, è quell’elemento negativo, deleterio e latente che mina la creazione della coesione. Azioni inique, in un mondo ingiusto; la nostra società ha perso, attraverso questo atteggiamento, la meritocrazia.

Ma cosa si può fare per sovvertire tale visione?

La risposta non è semplice e di certo non può essere univoca. Di certo c’è che bisogna condividere la coerenza morale, cercando di imprimere l’insegnamento per il quale il successo si raggiunge non solo con il raggiungimento degli obiettivi, ma soprattutto con il percorso che ha portato al traguardo. È nel percorso, non nella meta che si valorizza l’essere umano; è qui che emerge la verità di ogni individuo, l’essenza, la competenza ed il valore. L’essere umano indipendentemente dalla posizione sociale che riveste, rimane essere umano, non può essere la somma di numeri o conquiste. Sotto questo aspetto allora c’è la necessità di chiedere e chiederci quale sia il significato di essere e divenire; due verbi che sono l’emblema della stessa medaglia, ma hanno significato profondamente diverso. Si tratta di concetti complementari che hanno il bisogno l’un l’altro della reciproca esistenza. Essere è sinonimo di permanenza, identità, essenza, ovvero qualcosa di immutabile nel tempo, la natura profonda dell’io; divenire è invece sinonimo di cambiamento, trasformazione, relatività, ovvero un processo perpetuo. Nella storia della filosofia i due concetti hanno generato una diatriba memorabile e non si possono non ricordare Parmenide ed Eraclito che per primi si sono espressi sul tema. Il primo sosteneva che solo l’essere fosse reale ed al contrario il divenire fosse invece un’illusione sensoriale. Eraclito, famoso per la massima “panta rei”, riteneva che il divenire fosse la legge fondamentale e che l’unica legge dell’universo fosse il cambiamento.

La nostra società ha bisogno di recuperare il valore intrinseco dell’essenza e probabilmente quello più puro del divenire. Il fine non può mai giustificare i mezzi in senso assoluto: il cambiamento, lo scopo ed i traguardi si raggiungono soprattutto con l’essenza del proprio essere. Torna allora sovente il concetto di percorso; abbiamo la necessità di camminare e costruire il percorso, perché le scorciatoie fanno parte della via più breve, che non è la migliore, ma semplicemente la più facile.

“Viandante, non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando”. (Antonio Machado)