Editoriale ·
Negoziazione
Nec-otium, letteralmente assenza di inattività. Partendo da questa reminiscenza di derivazione latina, oggi abbiamo un termine che ci aiuta a identificare un processo nel quale più parti cercano un accordo. Sia ben chiaro, la negoziazione è principalmente il metodo attraverso il quale possono essere realizzati interessi differenti. È quasi un’arte, perché bisogna dirlo, senza se e senza ma, la negoziazione muove le fila del mondo. Oggi più che mai, sottili equilibri geopolitici sono negoziati continuamente da attori di caratura mondiale. Alla base della negoziazione c’è quindi una strategia che si basa sulla finalizzazione di obiettivi precostituiti.
Tale assunto, è ben visibile anche negli ambiti più tangibili della quotidianità. Nel nostro caso, l’affermazione della premessa è osservabile nei tavoli contrattuali (luoghi simbolici), ove le parti coinvolte discutono gli elementi essenziali della materia lavorativa: i salari, le condizioni di lavoro, i diritti. È in questi luoghi che avviene il confronto tra sindacato, amministrazioni pubbliche (o aziende); è qui che si decidono le sorti dei più. La negoziazione è un processo che si caratterizza per alcune fasi fondamentali: inizialmente vi è l’esposizione di alcune richieste, le quali vengono discusse ed attraverso un compromesso si raggiunge un accordo più o meno equilibrato tra le parti.
All’interno di questo processo, vi è una zona che gli anglo-americani identificano come “bargaining zone”, ovvero una zona di possibile accordo. Si tratta di una zona nella quale c’è uno spazio di mediazione, ove gli attori possono perciò colloquiare al fine di raggiungere i propri interessi. È certo che la zona di possibile accordo non può essere troppo ampia, né tanto meno ristretta, poiché si correrebbe il rischio di arrivare ad un punto definito di impasse negoziale, uno stallo.
Il sindacato svolge in questo senso un ruolo determinante: è portatore di interessi collettivi sui tavoli contrattuali; fulcro delle rimostranze e delle richieste dei lavoratori che non possono dialogare e colloquiare con chi decide e gestisce. La funzione sindacale non si ferma alla semplice gestione dei tecnicismi contrattuali, ma è finalizzata principalmente al raggiungimento di una dignità contrattuale che esula dal mero concetto monetario. Gli attori sindacali perciò, devono essere forti, credibili e profondamente preparati; è attraverso queste caratteristiche che la negoziazione può essere portata a casa.
Negli anni non è stato semplice costituire una rappresentanza autorevole, ma oggi vi sono attori sindacali che hanno posizione paritaria (e non solo per legge). L’equilibrio è essenziale ed il carico di responsabilità che si porta in dote il sindacato, non è semplice da gestire. Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista sottolinea come oggi la modernità tenda a sopraffare l’individuo sotto l’aspetto della produttività, venendo meno così il valore dell’uomo stesso. Il sindacato diventa in questi termini il nemico più arduo della spersonalizzazione lavorativa, affermando nei tavoli contrattuali, che dietro il singolo lavoratore non c’è un numero, ma bensì bisogni ed esigenze da tutelare.
Il lavoro non costituisce solo una variabile di tipo economico ed attraverso la negoziazione c’è la necessità di eliminare l’idea dell’utile e dell’immediato; un’idea tipica di politiche aziendali che lodano la produttività nel minor tempo possibile. Un’idea che, molto spesso, si trasferisce nelle pubbliche amministrazioni ed in settori nei quali, forse l’utile e l’immediato non possono essere presi come modelli di riferimento.
La negoziazione è quel momento nel quale la voce sindacale risuona più forte che mai, poiché si conquista, si difende e si tutela per conto di chi la voce non può alzarla.