Editoriale ·
Maltempo
Vento, pioggia, fulmini e tuoni, il cielo si fa grigio e ci fa percepire quanto forza abbia la natura. Spesso non ci si rende conto di quanto in realtà l’uomo sia piccolo a confronto con l’universo. Il maltempo ci paralizza, blocca le strade, sospende le normali attività, ci porta a guardare il presente con timore. Il maltempo è un elemento che non è ordinario, ma quando arriva ci mette in allerta, esponendoci alla vulnerabilità della condizione umana.
Il maltempo è però anche una questione che prescinde la realtà fenomenica e che riconduce invece all’animo umano; invisibile certamente, ma altrettanto potente. Il maltempo dell’anima è riconducibile all’inquietudine interiore che sale nei momenti di difficoltà, quando tutto intorno sembra andare storto; ogni pensiero è un macigno e le parole degli altri ci sembrano fulmini accecanti o tuoni burrascosi. Cesare Pavese ci ricorda quanto possa essere complicato gestire un temporale interiore: “ci sono temporali interiori che non bagnano, ma inzuppano l’anima”. Ebbene quell’anima è invisibile ad ognuno, ma esiste, c’è e caratterizza ogni uomo, ogni lavoratore.
Alle volte è difficile scindere tra vita privata e lavoro e quando il maltempo interiore è in atto, sembra non esserci una soluzione. Eppure c’è un punto fermo, il sindacato. Quando i lampi si vedono ed i tuoni si sentono, il sindacato apre l’ombrello, quello della difesa. Non si tratta di un piccolo ombrello ove possono ripararsi pochi eletti, ma piuttosto un ombrellone ove trovano rifugio tutti i bisognosi. Durante il temporale il sindacato si arma di pazienza ed inizia a costruire gli argini per contenere la burrasca. Burrasca che talvolta arriva dall’animo umano, ma spesso è anche una condizione che si deve addebitare a qualcun altro, soprattutto a chi non percepisce il valore umano prima che sociale di un lavoratore.
Il sindacato, quello vero, è l’unico a rimanere sotto la pioggia; è l’unico a tenere in mano quell’ombrello grande per parare la pioggia, la grandine o la neve. Il sindacato, quello vero, è l’unico a non ripararsi sotto il tetto del proprio ufficio; esce fuori per sorreggere e parare i colpi del maltempo, non con le parole, ma con la presenza.
Il maltempo, oggi, è soprattutto sociale: malelingue e sciacallaggio morale per un pugno di tessere. Solo l’onestà del proprio agire può arginare chi diffonde maltempo. È con la trasparenza che si dissolvono le nubi, è con la presenza che si costruiscono gli argini, è con l’azione che si ripulisce il fango. Il sindacato, quello vero, non risponde con l’impulsività tipica della rabbia, ma con la concretezza dell’attenzione, la forza della coerenza e la stabilità della costanza.
Il maltempo non si può cancellare, non si può eliminare, si può solo attraversare. Il sindacato, quello vero, qualsiasi sia la ragione del temporale (sia essa interna o esterna), si fa carico dei problemi altrui, tutelando con la perseveranza il malessere dilagante.
Si dice che l’immaginazione superi di gran lunga la realtà, ma spesso è la realtà a dimostrare quanto essa stessa sia esigente. Durante il maltempo le strade si spopolano e si vede chi resta, si vede chi rimane a tenere l’ombrello, bagnandosi per proteggere gli altri. Quando torna il sole, tutti sono pronti a ripopolare la strada difendendo chi non ha più bisogno. Va ricordato però a chi è rimasto pulito dall’acqua e dal fango del temporale che il maltempo fuori e dentro di noi non si vince da soli, ma insieme, sotto lo stesso cielo, tenendo per mano chi ne ha più bisogno.