Editoriale ·
Non dimenticare
È una mattina come tante, una di quelle in cui ti svegli e, in apparenza, sai di dover svolgere un normale servizio: un’operazione di sfratto, una delle tante. Eppure, nessuno avrebbe mai immaginato che dietro quella porta si sarebbe spenta per sempre la luce. Il sacrificio dei tre Carabinieri a Castel d’Azzano ha trafitto lo Stato con una lama invisibile, dolorosa, ingiustificabile. Dietro quelle uniformi c’erano tre vite, tre storie, tre famiglie. La violenza, ancora una volta, ha sopraffatto la democrazia. I tre Carabinieri hanno mantenuto la promessa di servire sino all’ultimo respiro: hanno servito lo Stato e la collettività fino a quando i loro occhi non si sono chiusi definitivamente.
Le morti di qualche giorno fa sono un monito per tutta la collettività, il promemoria di una ferita che non può più ripetersi al prezzo del “dovere”. Sì, il dovere che non fa rumore, quello silenzioso e riservato. Un prezzo troppo caro per chi non chiede applausi o medaglie, per chi tiene in piedi la complessa architettura della convivenza civile, mantenendo in equilibrio quell’ordine sociale che tanto abbiamo desiderato.
Era il 14 ottobre, solo qualche giorno fa. Tre giorni dopo, un altro evento deflagrante: non solo in termini di danni, ma soprattutto di possibili conseguenze. Un vero e proprio attentato alla democrazia. Il riferimento è al tritolo piazzato sotto l’auto del giornalista Sigfrido Ranucci. L’episodio va analizzato sotto una luce difficile da comprendere. L’attacco non è tanto alla persona, quanto alla volontà di silenziare la verità. Il mondo del giornalismo è variegato, e certamente ognuno ha il proprio modo di fare notizia; ma è nella libertà della cronaca che non si può, e non si deve, tollerare la volontà di tacitare.
Gli episodi sono collegati da un filo sottile: un eroismo che va al di là della nostra società “valoriale”. Il filo è semplice, ma resistente: difesa della legge con il corpo, difesa della verità con la parola. Si tratta di atti d’amore verso il cuore pulsante della democrazia; senza questi esempi nulla potrebbe donarci quella libertà che contraddistingue, in modo indissolubile, il nostro essere popolo libero.
È compito delle istituzioni vincere ogni forma di violenza, ed è compito del sindacato difendere chi non ha voce, cercando di migliorare le condizioni di lavoro e attenuando i rischi del mestiere. Il sindacato deve farsi portatore di una solidarietà fuori dal comune, condannando ogni atto vile che mette in crisi la democrazia e stringendosi, come una chioccia, alle famiglie dei caduti, ai minacciati e a chiunque subisca violenza. Il sindacato tiene per mano i lavoratori che si impegnano a difendere la democrazia, perché servire un Paese significa scegliere ciò che è più difficile: rispetto della legge, verità, giustizia.
La morte dei colleghi e l’attentato al giornalismo sono due volti della stessa medaglia: dolore, sofferenza, paura. Viviamo in una società che troppo spesso dimentica quanto sia importante difendere i valori che hanno dato vita alla democrazia, anche a costo della vita, anche contro la paura.
Bisogna fermarsi un attimo, ascoltare in silenzio le sirene, le notizie. Perché in quel silenzio si può comprendere il vuoto lasciato da chi non c’è più, e si può percepire la paura di chi ha provato a cercare la verità. La libertà di vivere serenamente è una conquista, e come tale deve essere difesa: è ora di capire che non è tutto dovuto.
Spesso si insegna che il verbo servire sia un verbo, per certi versi, debole. In realtà, è un atto d’amore senza precedenti, il più sconfinato, sino all’estremo sacrificio. Quando questo amore costa la vita, o la rende un’eterna minaccia, non possiamo fare altro che chinare il capo, ricordare e promettere di non dimenticare.