Editoriale ·

Leoni da tastiera

Copertina dell’editoriale «Leoni da tastiera»

Il nostro tempo è caratterizzato dalla velocità, dalle continue trasformazioni, ma anche e soprattutto dalla crescente distanza tra la parola e la presenza. Mai come prima la possibilità di esprimersi è diventata quasi totale e non solo perché la maggior parte del mondo contemporaneo vive con i principi tipici della democrazia, ma perché si ha accesso ad una quantità infinita di mezzi di comunicazione. La parola si moltiplica e nel frattempo si svuota del proprio peso specifico, della sua caratteristica intrinseca di realtà.

Le piazze, quelle vere, sono vuote, mentre quelle virtuali sono colme di presenza, parole, commenti, opinioni e giudizi; un fenomeno che è ormai trasversale, dove ognuno si sente libero di esprimersi con la forza di un leone. Eppure il mondo, quello reale, quello fatto di presenza, dialogo e soprattutto confronto, diventa quasi iniquo e la presenza diventa inevitabilmente silenzio. Manca la partecipazione!

Greci e Romani conoscevano con precisione la differenza tra il logos pronunciato e quello effettivamente vissuto. Se è vero che un buon linguaggio permette di avere un’espressione comprensibile e permette di generare qualsivoglia tipo di emozione, è altrettanto vero che la stessa, senza riscontro concreto, è vuota! O meglio si svuota. Il rischio è semplice e chi ci ha preceduto (tale Giosuè Carducci), la indicava come “ombra d’un sogno sfuggente”; qualcosa che al momento sembra intenso, ricco, ma poi si dissolve. Sì, si dissolve all’esterno delle nostre case, fuori dal portone, dove si trova l’esperienza.

Qui emerge la figura del contemporaneo leone, quello della tastiera. Una figura mitologica, che però di mitologico ha solo l’appellativo. Esso rappresenta il desiderio umano di essere protagonista senza però esposizione; vuole partecipare senza però farsi vedere; vuole primeggiare senza il confronto. Questo perché la nostra società sta cambiando, e sta rendendo ogni distanza sempre più vicina. Gli schermi diventano luoghi fisici di immedesimazione, attenuando così le asperità della società reale.

Sempre chi ci ha preceduti ebbe un’intuizione geniale: ciascuno di noi vive sospeso tra le immagini che costruisce e la realtà che lo definisce. La dimensione comunicativa digitale amplifica questa costante tensione del vivere, permettendo di proiettarsi verso una versione di noi stessi nitida, sicura, senza imperfezioni; una versione di coraggio che vuole offuscare la complessità del presente reale. La vita, quella vera, quella reale, non ama le proiezioni, non si nasconde, non cerca rifugio dietro uno schermo. Ella si mostra per quello che è, con coraggio, ma anche con tanta paura.

Bisogna riconoscere che la paura non è una menomazione caratteriale, ma fa parte dell’uomo; chi non la prova è un automa. Eppure abbiamo il terrore di mostrarci deboli, di mostrarci per l’essenza che siamo. Oggi noi siamo ciò che vogliamo rappresentare, ma non ciò che nasciamo. Il leone da tastiera è proprio questo: un gattino che indossa una criniera e si mostra per ciò che non è.

La sfida più autentica è quella di recuperare la misura: rinunciare alla parola restituendole profondità di pensiero. Esiste una differenza tra rumore e significato: quando lo schermo si spegne rimangono le persone. Togliamoci la criniera perché siamo umani.