Editoriale ·
Le radici dell'odio
Yocheved Lifshitz, 85 anni, ebrea israeliana, sequestrata il 7 ottobre insieme al marito dalla loro casa nel kibbutz di Nir-Oz, poco prima di essere restituita alla propria vita si è fermata e ha salutato i miliziani di Hamas stringendo loro la mano e augurandogli Shalom, pace.
Un seme d’amore in una terra dove l’odio ha radici antiche e profonde.
Una terra santa, che ha visto il profeta dell’Islam ʿĪsā, rabbi Yēshūà, il cristo Gesù, camminare con piedi di uomo.
Si dice che il popolo palestinese abbia diritto ad una parte di quella terra. Che Israele abbia il diritto di esistere, di vivere, e non semplicemente sopravvivere. Le due cose non sono incompatibili e, tuttavia, il seme dell’odio ha germogliato più in fretta di quello della conciliazione.
Non sarà infruttuoso, dunque, ripercorre seppur sommariamente i gangli storici di una vicenda, quella medio-orientale, complessa e articolata, così da avere una maggiore comprensione della tragedia di questi giorni drammatici.
Il 14 maggio 1948 nasce lo stato d’Israele, la terra promessa, un posto sicuro per gli ebrei di tutto il mondo. E tra questi, sopra a tutti, gli ebrei sopravvissuti alla Shoah, lo sterminio.
Non è ancora nato, che Israele si deve già difendere dall’aggressione degli eserciti di Libano, Siria, Iraq, Giordania ed Egitto: per il popolo di David Ben Gurion comincia l’assedio, per il popolo palestinese l’esodo. Migliaia di arabi palestinesi abbandonano i propri villaggi, o ne sono espulsi, assumendo loro malgrado un nuovo status: quello di profughi.
È nakb: il disastro, la catastrofe, la genesi della questione palestinese, che reca con sé domande alle quali, ancora oggi, fatichiamo a dare risposte: Israele ha scacciato i palestinesi dalle loro terre? L’esodo è la conseguenza dell’attacco degli eserciti arabi? Ancora: gli ebrei si sono solo difesi? O la loro reazione è stata sproporzionata?
Nel 1949, dopo solo un anno di combattimenti, Israele ha già allargato i propri confini, che ora includono la Galilea orientale, Negev e Gerusalemme ovest.
Ad Amman resta la Cisgiordania, al Cairo la Striscia di Gaza. I palestinesi restano intrappolati nel mezzo: da una parte Israele, e la sua lotta per la sopravvivenza, dall’altra le potenze musulmane della regione, che invece lottano per l’egemonia.
L’escalation militare israeliana rafforzerà lo spirito panarabo che, a sua volta, acuirà il sentimento antisionista del mondo musulmano innervando la resistenza palestinese di Fatah e dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina).
Arriviamo così al 1967, anno cruciale nella storia del conflitto. Israele, nuovamente accerchiata e minacciata, attacca e vince gli eserciti di Egitto, Siria e Giordania, conquistando Gaza, il Sinai, le alture del Golan, la Cisgiordania e Gerusalemme est.
È la guerra dei Sei Giorni, un conflitto che ridisegnerà ancora una volta la mappa geografica di quell’area a favore dello stato di Israele, che avvierà il processo di insediamento nei territori conquistati.
Le Nazioni Unite, invece, chiedono il ritiro di Israele dai territori occupati. Ma Israele non arretra. Ritiene strategica quell’occupazione per la propria difesa. E del resto la Lega Araba non riconosce Israele, non negozia e non tratta la pace.
Fino a questo momento la storia dei due popoli è scandita solo dalla cronologia delle guerre, come quella ulteriore del 1973, nota come la guerra dello Yom Kippur, dal nome della ricorrenza religiosa ebraica (il giorno dell’espiazione).
Siria ed Egitto attaccano a sorpresa Israele, come farà Hamas cinquant’anni dopo.
Ma Israele non solo non arretra, riesce a contrattaccare, ribaltando le sorti del conflitto finché non giunge il cessate il fuoco chiesto dall’ONU, che inaugurerà la “diplomazia dei piccoli passi”. Ma di passi in direzione della pace, purtroppo, se ne fanno ben pochi.
Si attiva la diplomazia internazionale. Il presidente USA Jimmy Carter media tra il primo ministro israeliano Menachem Begin e Anwar Sadat, succeduto al generale egiziano Nasser; il traguardo è il trattato di pace del 1979: Israele si ritira dal Sinai, primo passo per il suo riconoscimento da parte dell’Egitto, che sarà il primo stato arabo a farlo, scatenando l’ira della Lega araba, che espelle Il Cairo (nel 1981 Sadat sarà assassinato da un terrorista della jihad islamica).
Siamo dunque al 1987. Parte la prima Intifada, vale a dire la lotta popolare dei giovani arabi, tanto rabbiosa quanto sterile.
Del campo di Jalaya, i fedayn lanciano pietre contri i militari con rozze fionde improvvisate, alzano barricate, organizzano scioperi e boicottaggi. La battaglia è impari.
È in questo contesto di rabbia che nasce Hamas, acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya, Movimento Islamico di Resistenza, un’organizzazione politica paramilitare islamista, di ispirazione sunnita e fondamentalista, che radicalizza lo scontro intercettando la disperazione dei palestinesi.
Prosegue intanto l’opera di riavvicinamento mediata dall’America per stabilizzare la polveriera medio-orientale. Si arriva così al 1993, ad Oslo Arafat, che aveva già proclamato l’indipendenza della Palestina, stringe la mano al primo ministro israeliano Yitzhak Rabin: per la prima volta israeliani e palestinesi si riconoscono come legittimi interlocutori.
L’OLP abbandona la lotta armata e nasce l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), che da Ramallah, in Cisgiordania, tenta di amministrare i territori che lascia Israele, fra questi la maggior parte di Gaza. Si accende una flebile speranza di pace.
Ma il sogno di “due popoli due stati” si spegne quasi subito e il processo di Oslo si arresta. Hamas invece cresce e con lei molti altri gruppi fondamentalisti che indeboliscono la posizione di Arafat, sempre più incapace di trovare una soluzione alla frustrazione dei palestinesi.
Il processo di pace si arena del tutto nel 2002, quando l’esercito israeliano rioccupa i territori ceduti dopo Oslo, fra cui Ramallah, ritirandosi tuttavia dalla Striscia di Gaza, che va in mano ad Hamas che ne prenderà il controllo armato dopo aver vinto dubbie elezioni.
È la svolta definitiva nella politica di riconciliazione sulla quale Hamas, una costola dei Fratelli Musulmani, pone una pietra tombale.
Siamo ai giorni nostri. Il 7 ottobre 2023, Hamas lancia l’operazione Al Aqsa (dal nome della moschea di Gerusalemme). I jihadisti lanciano su Israele una pioggia di razzi, riescono a penetrare nei territori, provocando migliaia di morti e scatenando la reazione dell’esercito israeliano, che a sua volta mieterà molte vittime.
Altro sangue è versato, che bagna quella terra dando ancora una volta linfa vitale alle radici dell’odio.
Odio che oramai si tramanda di generazione in generazione, al pari del corredo genetico.
È un sentimento che non lascia spazio a nessuna soluzione politica, che si avvita su sé stesso, oltrepassando la mera contesa territoriale e diventando esso stesso ragion di vita, ma soprattutto di morte.
Ognuno piange i propri caduti, ignorando quegli degli altri. In una sorta di delirio autistico si guarda alle proprie ragioni e si dimenticano quelle degli altri. Le cicatrici non si rimarginano più, s’infettano di altro odio, di altre morti, di altra sofferenza.
Scrive Ofer Bronchtein, già collaboratore di Yitzhak Rabin: “la collera che evochi di fronte alla situazione del tuo popolo è legittima. Ma il tuo silenzio di fronte al dolore del mio è insopportabile”.
Nelle persone buone, il dolore si acuisce, si moltiplica ad ogni vita spezzata. Si soffre per le proprie vittime, ma i giusti soffrono anche per quelle causate, in una spirale di angoscia disumana, senza redenzione alcuna, che allontana definitivamente l’uomo da Dio. E da sé stesso.