Editoriale ·

La neolingua della politica

Copertina dell’editoriale «La neolingua della politica»

Come va il Dizionario? Chiese Winston […] Va lento, ma va bene disse Syme […] stiamo dando alla lingua […] la forma che dovrà avere quando nessuno potrà parlare una lingua diversa […] tu crederai che il lavoro consista nell’inventare nuove parole. Neanche per sogno! Noi distruggiamo le parole […] che ragione c’è di mantenere una parola che è soltanto l’opposto di un’altra […] prendiamo la parola buono, per esempio. Se c’è una parola come buono, a che serve una parola come cattivo? La parola sbuono servirà altrettanto bene […] la neolingua è l’unica lingua del mondo il cui vocabolario s’assottigli ogni anno […] il principale intento della neolingua consiste proprio nel semplificare al massimo le possibilità del pensiero […] alla fine renderemo il delitto di pensiero, ovvero lo psicoreato, del tutto impossibile perché non ci saranno più parole per esprimerlo […] l’ortodossia significa non pensare, non aver bisogno di pensare. L’ortodossia è non-conoscenza.

Così George Orwell immaginava l’evoluzione – o meglio l’involuzione – della lingua nel suo romanzo 1984. In esso lo scrittore inglese descrive un futuro distopico, governato da tre superpotenze totalitarie impegnate in una guerra che le vede perfettamente in equilibrio, senza alcuna possibilità di vittoria o di sconfitta per nessuno e il cui unico scopo è mantenere uno stato di conflitto continuo e, al contempo, operare un asfissiante controllo sociale (il grande fratello).

La visione di Orwell pone una questione quantomai attuale: l’impoverimento della lingua e le conseguenze che tale impoverimento hanno sulla vita politica e sociale. La capacità di esprimere un pensiero critico necessita di un veicolo adeguato, ossia di un linguaggio lucido e coerente, poiché «la lingua diventa brutta e imprecisa perché i nostri pensieri sono stupidi, ma a sua volta la sciatteria della lingua ci rende più facili i pensieri stupidi» (Orwell). Detto altrimenti, la lingua degradata degrada anche il pensiero.

Qual è dunque la lingua (o la neolingua) che adotta oggi una certa politica? Secondo Orwell «la scrittura e i discorsi politici sono consacrati in massima parte alla difesa dell’indifendibile […] così il linguaggio politico deve consistere in gran parte di eufemismi, petizioni di principio e semplice nebulosa vaghezza». Il contrario, dunque, di un linguaggio nitido. Siamo nel pieno dominio dell’antilingua, insomma, la cui caratteristica principale, come dirà Italo Calvino, è la fuga di fronte ad ogni vocabolo che abbia di per sé stesso un significato […] chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla.

Non è infrequente, infatti, imbattersi in dichiarazioni stereotipate da parte di alcuni politici, il cui linguaggio dà l’impressione di vedere un pupazzo ventriloquo anziché un essere pensante. La cifra del linguaggio politico è, talora, quella di slogan preconfezionati, che rischiano di impoverire il pensiero in una spirale di mediocrità.

D’altronde, la povertà di pensiero è anche il risultato di un percorso politico che ha visto nel tempo la sistematica demolizione delle grandi ideologie del Novecento, aprendo le porte ad una classe dirigente anagraficamente orfana di modelli politico-sociali e culturali di riferimento e, talvolta, con un percorso di selezione insufficiente per il compito cui è destinata.

Pensare ordinatamente, con chiarezza, è dunque condizione imprescindibile per chi anela ad un alto profilo politico. E saper usare una lingua aderente alla realtà, comprensibile a tutti – ma non per questo banale o povera – è il mezzo per raggiungere quello scopo. Impresa ardua in epoca di social media, dove la comunicazione è veloce, fulminea, talvolta sintetizzata in una sola immagine, un moderno geroglifico che interpreta istantaneamente i nostri stati d’animo, la nostra approvazione (o disapprovazione) per una questione, finanche, ahimè, i nostri sentimenti, quelli che un tempo delegavamo alla poesia.

Il processo può essere tuttavia arrestato, a condizione che si torni a parlare un linguaggio accurato, che si insegni ai nostri figli (e a noi stessi), che il pensiero critico, pilastro della democrazia, necessita di un costante impegno intellettuale, di buone letture, riflessioni, approfondimento e confronto dialettico.

In questo modo la lingua contribuirà ad una buona politica, anche sindacale.

Bibliografia di riferimento

George Orwel, 1984, traduzione italiana, Milano, Mondadori, 1983.

George Orwel, La neolingua della politica, traduzione italiana, Milano, Garzanti, 2021.