Editoriale ·

Lavoro, l'esigenza di un equilibrio

Copertina dell’editoriale «Lavoro, l'esigenza di un equilibrio»

L’evoluzione dell’uomo nasce e si sviluppa sull’aggregazione sociale contemperata da alcuni valori che hanno di fatto sviluppato un comune sentimento di rispettabilità. Fra questi valori, oggi, così come in passato assume un posto di rilievo il lavoro. Ma cos’è il lavoro? Il termine nella sua concezione più pura significa pena, sforzo, fatica (dal latino labor). Nel mondo antico Aristotele e Platone descrivevano il lavoro (manuale) con un’accezione negativa poiché non permetteva lo sviluppo dell’uomo libero (l’uomo pensante). Addirittura Socrate sostiene che il lavoro manuale sviluppa un uomo che è pessimo amico e pessimo difensore della patria, poiché chi pratica lavori manuali non si dedica alla cura degli amici e alla cura della polis (città).

Nell’età romana nasce la contrapposizione tra otium e labor: l’otium rappresentava e rappresenta tutt’oggi l’ozio, ovvero la libertà di non praticare alcuna attività al fine di procurare sostentamento, mentre il labor veniva identificato con un significato negativo perché visto come attività che procurava disagio fisico e per nulla gratificante.

Il lavoro è uno dei cardini sui quali si sviluppa il nostro testo costituzionale e sul quale dovrebbe svilupparsi l’intera società civile; ha assunto dei connotati che si discostano dal valore supremo innestato nell’art. 4 della nostra Costituzione che testualmente recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”

I padri costituenti ci danno uno spunto interessante per chiederci quale valore abbia oggi il lavoro.

La quotidianità pone in risalto la dicotomia tra lavoro e disoccupazione; si tratta perciò di un diritto-dovere che è al centro di un acceso dibattito politico e sociale all’interno di un clima internazionale piuttosto movimentato.

Dobbiamo però analizzare il lavoro nel suo significato più profondo e non fermarci al concetto superficiale di lavoro come attività. È in questo senso che bisogna sviluppare un pensiero critico finalizzato al benessere umano. La nostra società, da tempo ormai, ha incardinato nella propria indole sentimenti di cinismo e utilitarismo finalizzati al risultato (il più delle volte economico) che sfociano nel disprezzo del prossimo in relazione all’attività svolta. Basti pensare semplicemente che nel rapportarsi con il prossimo fra le prime domande che si pongono vi è la classica: “che lavoro fai?” Ebbene, certamente il medico non avrà problemi nel millantare la propria attività ma, sicuramente il disoccupato proverà disagio nell’affermare la propria posizione. Dimentichiamo però che non è il lavoro svolto a identificare la persona ed ecco perché non bisogna valutare il prossimo solo ed esclusivamente in relazione alla collocazione economica all’interno della società.

La nascita del mondo sindacale si colloca perfettamente in quest’ottica: la valorizzazione e la tutela del singolo, prima come uomo, poi come lavoratore.

Sicuramente il lavoro è il motore dell’economia moderna ma assume ormai un bisogno civile, una necessità del singolo per sentirsi accettati all’interno della società; si tratta perciò di uno strumento di gratificazione personale e di benessere psicologico in una società che sta perdendo di vista quest’ultimo aspetto.

Bisogna trovare l’equilibrio tra otium e labor, così da poter essere per Socrate dei buoni amici e dedicarsi alla cura della propria polis.

Lavoro, l’esigenza di un equilibrio.