Editoriale ·
Immaginare
Diceva Einstein: “l’immaginazione è più importante della conoscenza”.
Oggi l’immaginazione ha un valore residuale tanto nel mondo sociale, quanto negli ambienti lavorativi; ecco, il contesto lavorativo sembra quasi soffocato da una strutturazione delle mansioni e dei compiti rigidamente divisi. Eppure, se si vuol costruire un futuro diverso, o semplicemente lo si voglia migliorare, abbiamo il compito di immaginare. In questo senso bisogna effettuare uno switch nelle attività quotidiane e soprattutto in quelle lavorative. Ci si vuole riferire, a tal proposito, all’individuarsi non tanto come ingranaggi di un meccanismo produttivo, quanto più come individui capaci di contribuire al miglioramento della realtà.
La nostra è un’epoca nella quale la conoscenza tecnica è diventata un’ossessione, un parametro per identificare il valente dall’incompetente. È vero, non si può prescindere dalla conoscenza, che è la base di ogni agire sociale, ma d’altronde la capacità di inventiva è ciò che ha rivoluzionato e continuerà a rivoluzionare il mondo. La storia ci ha insegnato che affermazioni come “eppur si muove” non erano poi così eretiche. Galileo aveva un’immaginazione che andava ben aldilà dell’immaginabile, così come Leonardo da Vinci: una delle menti più geniali che la storia ha conosciuto. La sua immaginazione ha permesso lo sviluppo di oggetti, che seppur irrealizzabili nel suo tempo, oggi sono fondamentali per il nostro modo di vivere. Ebbene, allora, chiediamoci cos’è l’immaginazione.
L’immaginazione è tutto ciò che riusciamo a vedere anche quando ancora non esiste. Questo concetto applicato al mondo lavorativo deve essere un monito che si può racchiudere in poche parole: “andare oltre la produttività di tipo meccanico”. Il lavoratore moderno è il provento di processi standardizzati, una gabbia di “deve essere fatto in questo modo”. Talvolta, forse manca il coraggio di abbandonare procedure vetuste, consuetudini e vecchie conoscenze, per paura del nuovo, paura dell’immaginazione creativa. Non bisogna però generalizzare, ma è pur vero che la nostra cultura non permette l’attesa; è qui che avviene il corto circuito: formazione standardizzata senza possibilità di replica, meccanismi che non permettono al lavoratore di prospettare qualcosa di diverso.
L’essere umano come diceva Hanna Arendt, non è solo homo faber (ovvero l’uomo che fa, che lavora), ma è anche homo ludens, ovvero colui il quale crea concetti. È veramente importante coltivare l’aspetto del benessere, quello spazio dove chiunque riesce ad immaginare; quello spazio dove le barriere si rompono e nascono nuovi pensieri.
Bisogna recuperare la creatività che ci contraddistingue ed applicarla al mondo del lavoro. Abbiamo bisogno di pensare, costruire ed inventare; abbiamo bisogno di immaginare.