Editoriale ·

Gratitudine

Copertina dell’editoriale «Gratitudine»

Gratitudine. Una parola che in molti dimenticano o che forse non hanno mai considerato, eppure si tratta di un termine che ha una portata importante nella quotidianità. La parola deriva dal latino gratia, che propriamente significa benevolenza, riconoscenza. È già nella radice della parola che si trova il significato più puro, il sentimento di positività che ne è appendice. La gratitudine è allora un atteggiamento interiore che identifica il riconoscimento verso l’altro, non una semplice emozione effimera e passeggera. Si tratta di un atteggiamento maturo, che volge lo sguardo oltre la propria personalità, oltre se stessi.

La nostra società è ormai il dominio del consumismo e la gratitudine è diventata un lusso ormai dimenticato. C’è, nel quotidiano, la tendenza a dare per scontato l’impegno, il lavoro altrui e finanche l’affetto familiare. È tutto scontato. I nostri giovani vivono ormai in un mondo nel quale tutto è dovuto e nulla più viene valorizzato. La valorizzazione è una conseguenza della gratitudine. Quando manca l’atteggiamento della gratitudine, viene a mancare l’elemento dell’empatia; questo genera alienazione tanto nel mondo del lavoro e nella società tutta, quanto all’interno delle mura familiari. È inevitabile, perciò, la creazione di un ambiente asettico, privo di comprensione e colmo di agire per dovere e per necessità. Seneca diceva: “Nessuno fa il bene se non chi gode nel farlo”. La gratitudine è perciò un’esigenza reciproca che alimenta l’importanza del dare-avere; si tratta di un valore che è inevitabilmente legato all’umiltà dell’essere: non ci può essere gratitudine senza umiltà. Le civiltà orientali ci insegnano quanto sia importante gratificare il prossimo anche attraverso piccoli gesti; basti pensare, per esempio, all’importanza della gratitudine all’interno della civiltà giapponese.

Se analizziamo il concetto da un punto di vista pragmatico, l’assenza di gratitudine ha conseguenze tangibili nel mondo del lavoro, generando di fatto assenza di motivazione, calo delle prestazioni e malessere generale.

Ed il sindacato come si inserisce in questo contesto? Il ruolo di questo attore fondamentale è sinonimo di gratitudine collettiva. Ove il datore di lavoro non riconosce l’agire dei propri dipendenti, il sindacato si fa carico delle doglianze reclamate, voce nell’indifferenza, coro nell’individualismo. Chi se non il sindacato può riconoscere la fatica, il sudore e la competenza? Spesso si dimentica che ogni minuto donato all’attività lavorativa costituisce “vita spesa” e non c’è denaro che possa ripagare. Il sindacato ricorda a tutti che il lavoro ed i lavoratori non sono ingranaggi di una macchina senz’anima, ma l’emblema del concetto di umanità. È la stessa costituzione a ricordarci quanto importante sia la tutela del lavoro in tutte le sue forme, la formazione e l’elevazione professionale, la partecipazione dei lavoratori. Si tratta di gratitudine per la quale il sindacato non chiede ringraziamenti verbali, ma condizioni eque di lavoro, rispetto dei principi stabiliti per legge, riconoscenza e memoria di chi beneficia di quel lavoro.

Allora cos’è la gratitudine? È l’anima della riconoscenza, quella che tiene in vita le relazioni umane. Quando questa manca rimane solo l’indifferenza. Quotidianamente donne ed uomini lavoratori continuano a dare senza avere: a loro va il merito di ricordarci che il vero valore non sta nei numeri e nel profitto, ma nelle mani di chi davvero costruisce il mondo: il collega.