Editoriale ·
Felsani
C’era un tempo nel quale chi indossava l’uniforme obbediva, eseguiva e nel silenzio “rumoroso”, taceva. C’era un tempo, nel quale senza slogan, proclami e pubblicità progresso, con idee, coraggio e futurismo, un uomo pose le basi per il cambiamento.
Era il tempo di Enzo Felsani, uomo di un altro tempo, che non solo ha rappresentato le istituzioni come Generale delle Guardia di Pubblica sicurezza, ma ha rappresentato il tempo del cambiamento.
Parliamo di un tempo nel quale ordine e disciplina erano prerogative ineluttabili, ove la dignità ed i diritti erano un miraggio di applicazione. Enzo Felsani ebbe il coraggio di diventare megafono di quelle voci silenziose relegate all’obbedienza forzata. Fu orecchio e bocca per chi non riusciva ad esprimere le difficoltà cogenti di un tempo complicato e decisamente storico.
Egli fu tante cose: istruttore di difesa personale, comandante, direttore di una rivista, ma soprattutto fu architetto; sì, architetto della più grande trasformazione della Polizia di Stato, la famosa legge 121 del 1981, unico Ufficiale a sostenere la riforma. La sua visione così votata al futuro permise di arrivare ove gli altri non si erano mai spinti, riuscendo a portare un cambiamento non solo in termini normativi, ma soprattutto risvegliando gli animi di migliaia di lavoratori che da lì a poco avrebbero dismesso le “stellette” per diventare una forza civile interprete del principio democratico alla base della Costituzione del dopoguerra.
La sua opera non fu solo una base per il futuro avvenire, ma riuscì a portare in auge l’idea della collettività che aveva bisogno di trovare casa. È così che nacque il SIULP, non solo un’organizzazione sindacale, ma in primis il cuore pulsante della democrazia sotto all’uniforme. L’idea primordiale fu ed è quella di servire chi serve, un modo nuovo di vedere quell’uniforme che era sinonimo di rigore assoluto, non solo per chi la indossava ma anche per chi la guardava.
Egli fu il primo Segretario dell’organizzazione, portando il sindacato a divenire coscienza collettiva ed abbracciando il culto del rispetto e della legalità; la Polizia tutta fece una riflessione introspettiva accorgendosi del bisogno di abbracciare il valore della prossimità democratica: il “servizio”.
Felsani, per quasi un lustro fu direttore della rivista “Polizia Moderna”, utilizzando una penna affilata, ma allo stesso tempo scorrevole ed indirizzata a raggiungere il dialogo, rappresentando in termini ideologici ciò che la Polizia sarebbe dovuta essere. Visione e passione, una sorta di terrazzo aperto sul futuro di una nuova Polizia che si metteva in discussione.
Le sue riflessioni rifiutarono incarichi politici e passerelle che avrebbero potuto portarlo a rivestire cariche di prestigio, ma egli portò dietro la sua autorevolezza il volto più umano di un lavoro che spesso veniva raccontato solo attraverso i fatti di cronaca. La sua fu più che una carriera, una vera e propria missione; riformatore di un’istituzione che oggi non si misura attraverso il timore che incute ma nella fiducia che la stessa ispira.
«Quando un uomo in uniforme alza la voce per difendere i diritti, non è più solo un poliziotto: è la coscienza di una nazione.»
C’era un tempo per il quale noi saremo sempre grati.