Editoriale ·
Diplomazia
Il termine diplomazia trova le sue origini nel greco diplōma, indicando un “documento piegato”, ovvero un segnale ufficiale; il termine successivamente trova la sua destinazione all’interno della lingua latina, evolvendosi e trovando il suo significato in “scrittura piegata o tessuto doppio”. È proprio in questo termine che si trova ciò che oggi identifica la rappresentanza ufficiale, quella che attraverso mezzi non violenti raggiunge l’accordo. Siamo quindi di fronte ad un termine con il quale si scrivono gli accordi e si “piegano” le intese tra gli attori in gioco.
Qualche ora fa in Alaska si è tenuto un vertice storico che rappresenta l’emblema della definizione etimologica di diplomazia. Donald Trump e Vladimir Putin hanno messo in campo uno “show” mediatico, in chiave decisamente moderna, con il quale però si è tentato di trovare una quadra sulla situazione ormai catastrofica in Ucraina e soprattutto per ristabilire gli equilibri economici che il mondo ha ormai perso. È innegabile che le due super potenze siano preoccupate non tanto da ciò che sviluppa la violenza, quanto l’importanza di ricominciare a fare profitti. Quali siano i motivi di disquisizione non sono e non saranno mai veramente noti, eppure di contatti diplomatici si è trattato.
Cosa significa realmente diplomazia? La diplomazia è l’arte della negoziazione, quella del dialogo vestita da compromesso. Il ragionamento è ciò che prevale sulla violenza, che nella storia ha insegnato portare solo distruzione e mai costruzione. La diplomazia costituisce perciò l’arte più nobile ed il più alto mezzo di prevenzione della guerra. Hanna Arendt, affermava che la diplomazia esisteva per portare la guerra ad una condizione civile.
La diplomazia non è solo legata al mondo politico-bellico, ma investe anche la società civile ed il sindacato ne è attore protagonista. Incessante è l’opera di diplomazia, di intermediazione e di mediazione.
Il sindacato tende sempre la propria mano, ma nella sua diplomazia non può negoziare i principi cardini del proprio agire, perché altrimenti perderebbe la sua funzione. Sarebbe come perdere la propria identità. Nella diplomazia ci sono ancore che non possono essere salpate.
Lo scopo dell’attività sindacale (diplomatica) è quello di favorire soluzioni e serenità nell’ambiente di lavoro che molto spesso è perturbato da dinamiche prive di comprensione. Tali dinamiche portano esclusivamente ad una disgregazione della collettività facendo emergere malumori nell’ambiente lavorativo. È qui che il sindacato interviene per riportare la serenità perduta, affiancando i lavoratori nel momento di necessità. La diplomazia è un concetto inscindibile da quello di rappresentanza ed il sindacato ne assume il ruolo più determinante nell’ottica della contrattazione. Senza di esso nulla può essere imposto, nulla può essere deciso, quando sul tavolo ci sono attori co-protagonisti. Il vertice Trump-Putin ha mostrato al mondo come la diplomazia lavori per il raggiungimento degli obiettivi. Seppur con prove difficoltose, tensioni evidenti anche a coloro i quali sono più miopi e scenografie ufficiali non si è raggiunto un accordo sostanziale. Questo ci porta a pensare che la diplomazia non si costruisce nel breve periodo, ma solo sul lungo termine, attraverso la costanza e la difesa a spada tratta delle parti più deboli. Il sindacato rinnova sempre, quotidianamente, il proprio agire, che è quello del mandato di dignità per i lavoratori, cuore pulsante di una società forse troppo piena di decisori e decisionisti.
La diplomazia è allora il pane quotidiano di chi ha l’obbligo di rappresentare ma è necessario anche per chi ha il potere di decidere.