Editoriale ·
Pensione
L’attività lavorativa costituisce l’essenza di ogni singolo individuo, una costante che si lega indubbiamente al periodo nel quale l’uomo e la donna hanno maggiori forze fisiche e psicologiche. Tuttavia il lento ed inesorabile scorrere del tempo ci porta a riflettere sul periodo in cui queste forze fisiologicamente vengono pian piano a mancare. Si tratta della cosiddetta terza età che convenzionalmente si fa coincidere con i 65 anni, un periodo nel quale bisogna pensare sicuramente più a se stessi e alla cura della propria salute psicofisica. È questa l’età nella quale generalmente si smette di lavorare ed inizia un percorso che si identifica nella cosiddetta età pensionabile. Ma che cos’è la pensione?
Etimologicamente il termine deriva, come al solito, dal latino “pensionis” ovvero pagamento che deriva a sua volta dal verbo “pendo” cioè pagare. Si tratta di un diritto civile che nasce alla fine dell’800; nello specifico la prima forma di previdenza simile a quella odierna si sviluppa in Germania, ove il cancelliere tedesco Otto von Bismarck fece emanare una legge che garantiva ai lavoratori dipendenti una sorta di assicurazione pensionistica obbligatoria. In Italia nel 1888 venne fondata la prima Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia per gli operai; si trattava di un’assicurazione di tipo volontario che veniva integrata attraverso sovvenzioni statali e contributi da parte degli imprenditori. Dal periodo monarchico a quello fascista, sino ad arrivare al periodo repubblicano si sono succedute numerose riforme. La prima vera riforma fu attuata nel 1952 con l’avvento della pensione minima, poi vi furono una serie di riforme che presero il nome dei proponenti (nell’ordine la Riforma De Micheli del 1983, la Riforma Amato del 1992, la Riforma Dini del 1995, la Riforma Maroni del 2005, la riforma Prodi del del 2007 e del 2009, la Riforma Sacconi 2010, la Riforma Fornero del 2011) sino ad arrivare a “Quota 100” del 2019 rivista poi dall’attuale legge di bilancio nella formula della “Quota 103”.
Aldilà dei tecnicismi giuridici e delle soluzioni politiche adottate nel corso degli anni bisogna soffermarsi sul concetto pensionistico attraverso un’accezione valoriale. Come anticipato, l’età pensionabile costituisce una fase molto delicata di ogni individuo, si tratta di una fase nella quale il riposo assume un carattere primario, conseguenza (obiettivo) di una vita dedicata al lavoro ed alla ricerca di stabilità e sostenibilità economica per la propria famiglia. Il pensionamento è quasi come il viaggio di Ulisse nella celeberrima Odissea: un lungo viaggio finalizzato all’approdo ad Itaca. Diceva Aristotele: “Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero.”
Ecco il tempo libero che porta con sé due conseguenze: la prima è certamente la libertà di autodeterminarsi nella quotidianità, la seconda invece è la mancanza di una ruotine costruita negli anni.
“C’è un tempo in cui devi lasciare i vestiti, quelli che hanno già la forma abituale del tuo corpo, e dimenticare il solito cammino, che sempre ci porta negli stessi luoghi. È l’ora del passaggio: e se poi non osiamo farlo, resteremo sempre lontano da noi stessi”. (Fernando Pessoa)
In queste parole del poeta portoghese (uno dei letterati di spicco della cultura lusitana), si intravede il cambiamento; un cambiamento che genera una nuova definizione dell’io, una valutazione nuova del proprio essere. Lo stereotipo comune nella nostra società si trasforma in un’uguaglianza che non ha ragion d’essere: pensione uguale vecchiaia. Non è così. Grazie a quello che è l’aumento dell’aspettativa di vita si apre un capitolo nuovo nella vita di ognuno, un capitolo che porta al centro dell’attenzione il godimento della quotidianità familiare che per troppo tempo viene lasciata ai margini. È compito della società intera accompagnare chi in questo nuovo percorso si trova davanti alla solitudine ed all’incertezza. È compito di ogni singolo integrare nei meccanismi della società l’esperienza del sacrificio di chi si appresta alla pensione.