Editoriale ·
Salarium
Il termine salario ha origini antiche, deriva dal latino “salarium”, ovvero la razione di sale che veniva data ai soldati romani quale integrazione alla paga. In maniera semplicistica si tratta della corresponsione di un valore rispetto all’attività lavorativa prestata. Oggi il salario è un elemento fondamentale all’interno di qualsiasi economia sociale, sia in termini di suddivisione dei beni in circolo, ma anche e soprattutto in relazione al benessere dei consociati e della società in generale. Il concetto di salario ha avuto nel corso degli anni modifiche sostanziali, affermandosi oggi il cosiddetto sistema di pagamento in denaro, che è stato completamente informatizzato/digitalizzato. Nel corso dei secoli, il concetto di salario ha subito una profonda evoluzione, legata ai mutamenti economici, sociali e politici. Ripercorrendo le tappe più importanti del concetto in questione non si può non partire dal Medioevo, periodo nel quale la struttura feudale prevedeva la lavorazione delle terre signorili da parte dei contadini, che ricevevano in cambio una parte del raccolto. Successivamente l’avvento della rivoluzione industriale portò ad una innovazione/separazione senza precedenti: la nascita del sistema capitalistico e del proletariato vero e proprio. È in questo periodo che si sviluppano le prime lotte per il riconoscimento di un salario adeguato. Le condizioni lavorative in questo periodo storico erano veramente estreme a fronte di una produzione incessante ed i lavoratori erano sottoposti a condizioni di sfruttamento. In questo contesto si sviluppano i primi movimenti sindacali di lotta al capitalismo per l’ottenimento di un salario minimo. Le prime leggi relative al riconoscimento di un salario minimo si rinvengono all’inizio del secolo scorso in Australia e Nuova Zelanda. Il XX secolo rappresenta invece la nascita dello Stato sociale, ovvero lo sviluppo del welfare (azioni, beni e servizi che lo stato intraprende per promuovere il benessere dei propri cittadini).
Il salario oggi è al centro di un acceso dibattito politico in relazione al riconoscimento di una retribuzione adeguata alle diverse categorie lavorative. Differenze e disparità di genere, attività ed aree geografiche sono le varianti che influiscono sulla discussione e sull’impatto politico del tema. Ma c’è di più; bisogna non soltanto riconoscere il valore economico del salario, ma soprattutto quello simbolico che incide fortemente sulla dignità dei lavoratori. La retribuzione è un elemento che genera equità e che sviluppa benessere individuale e collettivo. C’è da valutare anche l’aspetto del lavoro dignitoso, il quale è di fondamentale importanza per l’inserimento all’interno della società da parte dei soggetti che si trovano in difficoltà. Ecco in questo senso un salario dignitoso ed equo facilità la connessione tra gli individui e diminuisce la sensazione di disagio sociale che genera talvolta disordini che minano l’ordine e la sicurezza pubblica. A tal proposito non v’è dubbio sulla fondamentale importanza che riveste il salario per la coesione sociale. Il tema evoca certamente questioni mai risolte: si pensi all’attuazione della seconda parte dell’art. 39 della nostra Costituzione o alle vicende relative alla rappresentatività sindacale. Se da una parte è sicuramente vero che la contrattazione collettiva è stato lo strumento che più ha funzionato nell’alveo del mondo lavorativo, è altrettanto vero che nel corso degli anni si è avuto un proliferarsi di contratti collettivi e soprattutto la nascita incontrollata di sigle sindacali che potremmo definire “sconosciute”. Tutto ciò ha portato inevitabilmente ad una frammentazione in termini di contrattazione, ma anche e soprattutto diversificazione della tutela salariale. In questo senso non si può non cogliere il significato e l’attenzione che i nostri padri costituenti diedero al tema; programmazione e lungimiranza sono elementi tipici dell’art. 36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite e non può rinunziarvi.”
La nostra società vive una profonda crisi economico-valoriale e l’attenzione che si rivolge al tema del salario non è mai troppa. In queste brevi righe della nostra Costituzione bisogna perciò cogliere l’obiettivo da perseguire ed il sentiero da percorrere, poiché una società equa e coesa passa anche ed inevitabilmente attraverso il riconoscimento di un salario adeguato.