Editoriale ·

Natale

Copertina dell’editoriale «Natale»

Spesso dimentichiamo il significato delle ricorrenze, travolti dalla frenesia sociale che caratterizza il nostro tempo. Il Natale è una di quelle ricorrenze ormai diventata una mera festa consumistica che affonda però le proprie radici nella narrazione di una nascita che ha inciso fortemente sulla cultura globale. La venuta al mondo di Cristo si riconduce ad un evento religioso, avente un significato etico che attraversa ormai da oltre 2025 anni la linea temporale umana. Nel corso della storia, il Natale si è intrecciato tra il sacro ed il profano, divenendo simbolo di rinascita, un momento dell’anno nel quale fermarsi e dedicarsi alla famiglia.

Apprezzare tutto ciò che risiede nelle nostre case è un gesto molto più complesso di quanto appaia. Questo perché, a volte, non ci si rende conto degli sforzi quotidiani che si compiono per mantenere in piedi la struttura familiare nella quale risiedono gli affetti più cari. Il Natale è perciò quello spazio necessario nel quale ricondurre la centralità della persona, sinonimo di salvezza valoriale.

Le festività hanno uno scopo che spesso si dimentica, ovvero quello di aggregare, tenere insieme le persone, mettere fine alla solitudine incessante di un tempo e di una società che isola costantemente. Ecco perché le ricorrenze si intrecciano spesso con il tema del lavoro ed il Natale rappresenta l’emblema della purezza valoriale. Non si può, perciò, non parlare del servizio svolto dalle donne e dagli uomini in uniforme, che sacrificano la presenza familiare per adoperarsi al servizio della collettività. Il Natale diventa allora occasione di riflessione sul tema del lavoro come strumento di realizzazione sociale e personale.

Nel nostro tempo c’è la convinzione di dover lavorare per “sopravvivere”, prostrandosi ad una società che corre velocemente per raggiungere i propri obiettivi. La velocità che muove costantemente l’opera umana non dà spazio alla riflessione e, a volte, non ci si rende conto di quanto velocemente il tempo trascorra. C’è bisogno di fermarsi e apprezzare ciò che ci circonda, gratificare e gratificarsi. Sì, perché la gratificazione è una riflessione che riempie l’io e l’altro.

Il servizio svolto dalle colleghe e dai colleghi merita una riflessione che va al di là della semplice narrativa: quando si parla di servizi emergenziali c’è un aspetto che spesso viene travisato, ovvero quello del “dovuto”. Per la nostra società i servizi emergenziali sono dovuti e pretesi, dimenticando tutto ciò che c’è dietro un’uniforme: persone, famiglie, problemi. Tutto ciò, sovente, diventa un problema dell’altro; allora l’invito è quello di provare a capire cosa c’è dietro, perché le donne e gli uomini in uniforme non sono fatti di fredda materia inanimata, ma di carne e ossa, ed anche loro provano sentimenti, hanno paure, ansie e problematiche.

Il Natale diventa allora un momento di riflessione importante per la società tutta, un momento nel quale gratificare l’altro e se stessi, stare vicino a chi ha veramente bisogno, proprio come una poliziotta o un poliziotto fanno nei momenti di necessità. Lo spirito che deve incarnare questo tempo, al di là delle mere congetture sociali, non è tanto la credenza o meno nella ricorrenza religiosa, quanto l’essenza del concetto di umanità che racchiude vicinanza, solidarietà ed empatia.

Per un attimo bisognerebbe provare a spogliarsi di tutte le insegne sociali ed allo specchio ci renderemmo conto di essere tutti uguali: semplici esseri viventi. Il percorso che caratterizza ognuno di noi è differente e la fortuna che accompagna ogni singolo uomo lo è altrettanto.

Sotto l’albero, quest’anno, bisognerebbe trovare un po’ di quell’umanità che il nostro tempo ha perduto.