Editoriale ·

Generazione Z

Copertina dell’editoriale «Generazione Z»

I ragazzi nati tra la fine degli anni Novanta e il primo decennio del Duemila, oggi identificati come Generazione Z, non sono semplicemente cresciuti “con” la tecnologia: sono cresciuti dentro un ecosistema digitale che ha ridefinito tempi, spazi e modalità della socialità. La rete non è uno strumento aggiuntivo, ma un ambiente permanente di relazione, informazione e costruzione d’identità. Ridurre questo passaggio a una contrapposizione tra mondo reale e mondo virtuale sarebbe però fuorviante perchè ciò che è cambiato non è la quantità di relazioni, ma la loro forma e la loro mediazione.

Parallelamente, le istituzioni di “prossimità” come la scuola, i presidi territoriali e gli spazi pubblici di aggregazione hanno attraversato una trasformazione profonda. Non si tratta di rimpiangere un passato idealizzato, né di sostenere che un tempo l’autorità fosse automaticamente legittimata o universalmente riconosciuta. Anche in passato esistevano conflitti, tensioni, distanze sociali, ma esisteva una maggiore continuità nella presenza delle figure adulte e una più chiara delimitazione degli spazi di responsabilità.

La scuola, per esempio, non era soltanto un luogo di istruzione, ma un riferimento stabile del quartiere. L’autorevolezza del docente derivava non solo dal ruolo formale, ma da una riconoscibilità sociale consolidata. Oggi quella riconoscibilità è messa alla prova da diversi fattori: precarietà, turn over elevato, carichi burocratici crescenti, perdita progressiva di potere d’acquisto rispetto al costo della vita. Non è un problema meramente salariale, ma di stabilità e di legittimazione. Quando un insegnante cambia scuola ogni anno, diventa più difficile costruire continuità educativa e fiducia.

Un percorso analogo riguarda le forze dell’ordine. In molte realtà territoriali, la presenza capillare garantiva non solo controllo, ma anche mediazione e conoscenza diretta delle comunità. La riduzione degli organici, il mancato turn over e l’aumento della complessità sociale hanno inciso sulla possibilità di mantenere quella prossimità. Ma anche qui il tema non è esclusivamente organizzativo, è culturale. La legittimazione dell’autorità oggi non si fonda più su un riconoscimento automatico del ruolo, bensì sulla capacità di costruire relazione e credibilità in un contesto pluralizzato e spesso diffidente verso le istituzioni.

Attribuire alla Generazione Z una presunta “perdita di rispetto” sarebbe una semplificazione. Piuttosto, è cambiato il modo in cui l’autorità viene riconosciuta. Nel digitale, l’autorevolezza si costruisce attraverso visibilità, competenza percepita e consenso orizzontale. Le figure tradizionali competono con nuovi intermediari i cosiddetti creator, gli influencer che parlano un linguaggio immediato.

In questo scenario, il rischio non è l’assenza di regole, ma la loro dispersione. Se mancano presìdi stabili capaci di offrire orientamento e coerenza, l’individuo è lasciato a un eccesso di stimoli e di narrazioni concorrenti.

Investire sulla scuola e sulla sicurezza significa restituire stabilità, formazione continua, dignità economica e riconoscimento sociale a professioni che svolgono una funzione sistemica.

Una società che non cura i propri presìdi educativi e civili non perde soltanto efficienza amministrativa: perde capacità di trasmettere senso e orientamento. La sfida non è riportare indietro l’orologio, ma costruire istituzioni capaci di abitare il presente con autorevolezza rinnovata.