Editoriale ·

Fiamma

Copertina dell’editoriale «Fiamma»

Il mondo odierno ha raggiunto una velocità smisurata in termini di cambiamenti; ogni giorno c’è un nuovo colpo di scena, una conquista, una nuova pretesa. Una grande scacchiera nella quale i grandi Stati misurano la propria forza non solo attraverso le armi, ma soprattutto tramite l’economia e l’informazione. L’attuale geopolitica è fatta di cambi repentini, di equilibri che si rompono facilmente, di amicizie di cortesia e di sfere di influenza velate. Ciò che però non si scorge è soprattutto la velocità con cui muta la società, instabile e priva di quei valori che hanno contraddistinto le epoche del benessere e dello sviluppo.

La democrazia sta pian piano diventando un rituale da celebrare più che il perno delle società moderne; a volte sembra essere una struttura piuttosto fragile, un filo invisibile e sottile sul quale l’intera società cammina come un equilibrista. Eppure, tutti dovremmo difenderne le prerogative con gesti che partono dal quotidiano. La democrazia si custodisce con la perseveranza, una virtù che molti confondono con la costanza. Se c’è un luogo nel quale essa resiste, è sicuramente quello meno visibile: i turni notturni, gli uffici pieni di carteggio, il sacrificio di donne e uomini che si spendono per la collettività.

Ci sono occhi che oggi vedono e non guardano, orecchie che sentono e non ascoltano, ed è qui che il sindacato assume un ruolo determinante, diventando uno degli strumenti della democrazia che funge da sentinella. Esistono movimenti che a volte tendono a coprirne la funzione, oscurandola, talvolta attuando politiche di denigrazione utili a minarne le certezze. Ma quando qualcosa nasce da una costola della democrazia è difficile romperne le fondamenta, soprattutto quando queste sono solide, strutturate e si basano su statuti che costituiscono una vera e propria costituzione, una Bibbia. Ascoltare le voci dal basso è lo strumento più utile della democrazia, ed è qui che essa smette di essere principio e torna a essere vita vissuta.

Le città oggi sono lo specchio di un’analisi globale complessa. Le crepe delle strade riflettono la diffidenza e rappresentano la ferita di un sentimento che spesso diventa cronaca nera o giudiziaria. La microcriminalità è il frutto di situazioni difficili e di marginalità: non esiste microcriminalità senza marginalità. Spesso tutto ciò porta alla mancanza di rispetto per la vita; mancano forme di autorità, la scuola diventa un passatempo, la vita un gioco che, fra i ragazzi, viene spesso sottovalutata. Si perde il rapporto con il dolore e la vita diventa un videogioco che troppo spesso finisce con un GAME OVER. Bisogna tornare all’importanza del rispetto dell’altro, facendo comprendere ai giovani che a ogni azione corrisponde una conseguenza.

La democrazia ha una caratteristica dirimente: non muore improvvisamente, ma si spegne lentamente. Questo accade quando si inizia a pensare che il problema sia sempre dell’altro, quando nessuno si fa più carico dei problemi altrui e si pensa solo ed esclusivamente a se stessi; è allora che la fiamma della democrazia si spegne definitivamente. Il segreto delle grandi democrazie è inevitabilmente la collettività e, come diceva qualcuno, “libertà è partecipazione”.

Se ancora oggi la democrazia vive e conserva qualche spiraglio di vitalità, è merito di quei pochi che credono nel silenzio, nella difficoltà della notte, nella scelta di prostrarsi per l’altro, soprattutto quando nessuno applaude. Spesso le parole possono modificare l’umore di una giornata; a volte riescono a smuovere una coscienza collettiva e a riaccendere la fiamma della democrazia. Ecco allora che il sindacato rappresenta la coscienza collettiva: quell’orecchio che ascolta davvero e non si limita a sentire, quello sguardo che osserva e non si limita a vedere, quella voce che urla quando dall’alto viene imposto il silenzio. Una voce potente, che trae forza dal sostegno fondato sul principio democratico.