Editoriale ·

Estremo

Copertina dell’editoriale «Estremo»

La nostra società è pervasa da meccanismi che portano a pensare oltre ogni ragionevole limite. Oggi, come nel passato, spesso le idee si fanno estreme e la misura diventa eccesso. Il termine estremo deriva da extremis, che letteralmente significa “ciò che sta fuori”, ovvero qualcosa che si allontana dal centro, dall’equilibrio. A volte sembra quasi che il termine possa essere paragonato al concetto di distanza: sì, perché è distanza dalla moderazione, distanza dalla mitezza, distanza dalla coesione e dall’ascolto.

Dal concetto di estremo non possono che derivare gli estremismi, quale degenerazione di un pensiero diffuso, di un dogma, di un’idea. Gli estremismi hanno solo due colori, il bianco o il nero, e non riconoscono alcun tipo di sfumatura. Essi rifiutano la mediazione, semplificando ogni ragionevole pensiero in giusto o sbagliato, bello o brutto, amico o nemico. Questo meccanismo corrode la società e la storia ci ha insegnato che chi ha praticato un’idea estrema è finito per uccidere se stesso e chi gli stava intorno.

L’estremo, nella società, genera inevitabilmente violenza, che non è qualcosa di accidentale o sporadico, ma una conseguenza logica del praticare un’idea fuori da ogni canone. L’estremo impone, non convince con l’arte oratoria. Questo atteggiamento porta inevitabilmente alla pretesa di conoscere la verità, all’assoluta convinzione di vivere nella ragion d’essere, trasformando qualsivoglia differenza in colpa ed ogni tipo di dissidenza in condanna. L’estremo giustifica ogni condotta necessaria a stabilire i propri principi.

Che si parli di estremismo nel comportamento, di estremismo valoriale, religioso, politico o professionale, ci si rende conto di quanto sia difficile recuperare una deriva pericolosa nella quale molti giovani si stanno ritrovando. La mia idea deve essere la tua idea e, se non ti sta bene, utilizzo la violenza per fartelo capire. È questo il meccanismo che si genera: un fanatismo degenerante che provoca tumulti, una forza distruttrice.

La letteratura, che come sempre è specchio della storia e della società, è colma di pensatori che hanno dato un’accezione negativa all’estremismo in generale. Si pensi, ad esempio, all’opera 1984 di Orwell, nella quale l’autore fa emergere con forza che il mondo in cui il pensiero è sorvegliato, o controllato che dir si voglia, è un mondo nel quale la verità viene annullata. E come non ricordare Dostoevskij, che nell’opera Demoni fa un’analisi sprezzante dell’anima corrosa dal fanatismo, nella quale l’idea diventa uno strumento per distruggere.

Il sindacato, in quest’ottica, emerge quale presidio dell’equilibrio, quel luogo nel quale gli estremismi non possono entrare, neanche per scherzo. Il sindacato è il centro dinamico del confronto, non del fanatismo, non della violenza, non dell’imposizione. Il sindacato è riconoscimento reciproco, dove la democrazia diventa casa, sostanza e ricerca dell’altro per dialogare e confrontare le proprie idee. Il sindacato rifiuta la dimensione dell’imposizione e veste i panni della mediazione.

L’estremismo non nasce nelle piazze, né tantomeno nei discorsi di chi si voglia, ma piuttosto nasce nel silenzio, nell’omertà intrisa di rifiuto, dove l’uomo smette di ascoltare il prossimo, l’altro, facendo venir meno la sua essenza. Senza accorgersi che, così facendo, prima di essere estremo smette di essere uomo.