Editoriale ·

Emulazione

Copertina dell’editoriale «Emulazione»

Pensando al significato che l’emulazione ha avuto nel corso della storia umana, ci si chiede se questo fenomeno conservi ancora oggi il suo valore primordiale, ossia quello di favorire l’apprendimento e la crescita della società. Tra i sociologi contemporanei e i numerosi studiosi della criminologia, serpeggia l’idea (o forse sarebbe meglio dire la consapevolezza) che l’emulazione stia assumendo i connotati di un vero e proprio fenomeno deviante. Alcuni studi dimostrano come l’esposizione ripetuta alla violenza possa effettivamente condurre a comportamenti fuorvianti. È il caso, ad esempio, del professor David Farrington, uno dei massimi esperti di criminologia a livello mondiale presso l’Università di Cambridge, il quale, sulla base di una ricerca empirica, afferma che l’aggressività nei giovani è influenzata anche dall’esposizione mediatica. Già prima di questa ricerca, Albert Bandura aveva teorizzato il cosiddetto apprendimento sociale, secondo cui gli individui acquisiscono comportamenti attraverso l’osservazione di modelli di riferimento. Basti pensare, dunque, a ciò che accade quotidianamente con serie TV e film incentrati su figure del malaffare, che finiscono per assumere il ruolo di protagonisti all’interno dell’immaginario giovanile.

Nell’età adolescenziale non è semplice distinguere il bene dal male, poiché la giovane età non permette ancora un pieno discernimento di certi valori, né delle conseguenze sociali di determinati gesti. La cultura contemporanea, seppur in modo non uniforme, genera modelli di riferimento profondamente sbagliati. Oggi andare a scuola e studiare non è più un privilegio riservato a pochi, ma un obbligo per tutti. In questi termini, probabilmente, si è perso il valore dello studio, dell’apprendimento e del senso critico, al punto che, talvolta, frequentare la scuola viene percepito più come una scocciatura che come un’opportunità.

Personaggi come Walter White di Breaking Bad o i protagonisti di Gomorra diventano figure affascinanti in un mondo che sembra perdere di vista i valori fondanti della società. L’esposizione mediatica spinge i giovani a interiorizzare una visione distorta della realtà, nella quale l’affermazione all’interno dei gruppi avviene attraverso la violenza e il crimine. È quindi fondamentale comprendere — o meglio, far comprendere — il confine tra realtà e finzione. Il crimine diventa quasi un gioco, e i bambini non si travestono più da poliziotti a Carnevale, ma da Joker. In questo contesto, torna attuale il richiamo a Cesare Lombroso e alla sua teoria dell’“uomo delinquente”, ossia il concetto di un individuo predisposto alla criminalità. Se da un lato è vero che i suoi studi si basavano prevalentemente su teorie di tipo biologico, è altrettanto vero che nell’essere umano esiste una certa predisposizione ad avvicinarsi ai fenomeni criminali, poiché l’emulazione di determinati comportamenti porta vantaggi immediati e tangibili. Tuttavia, ciò che spesso non si comprende è che questa apparente facilità è illusoria: ottenere qualcosa attraverso la violenza è un vantaggio effimero. Solo attraverso un percorso valoriale solido, basato sull’impegno e sul sacrificio, si possono raggiungere risultati concreti e duraturi. Il crimine non è un gioco, e l’esposizione costante a questi temi genera nei giovani un senso di onnipotenza che può accompagnarli nel loro sviluppo. Questo accade anche a causa dell’assenza di un controllo adeguato da parte degli adulti. È loro dovere sovrintendere ai comportamenti dei ragazzi, esponendoli a modelli sani di riferimento in tema di principi e regole.

La soluzione non è la censura, ma piuttosto la necessità di promuovere una consapevole educazione ai media, affinché si impari a distinguere tra realtà e rappresentazione cinematografica. I giovani devono sviluppare senso critico e comprendere la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, per evitare di adottare comportamenti che potrebbero condizionarli per tutta la vita. La famiglia, la scuola e le istituzioni hanno quindi il compito di promuovere l’emulazione di modelli positivi. È necessario tornare a ispirarsi a figure che abbiano apportato benefici concreti alla società, a esempi che ci aiutino a riscoprire i valori su cui si fonda il vivere civile. Valori che trovano espressione nel principio cardine della legalità, come ben rappresenta il motto della Polizia di Stato: “Sub lege libertas” – sotto la legge, la libertà.