Editoriale ·
Empatia
Le relazioni umane si caratterizzano soprattutto per ciò che gli occhi non riescono a vedere. Molto spesso è tutto ciò che è invisibile a creare legami e connessioni tra le persone. Ciò che spesso è però difficile è riconoscersi reciprocamente, sentendosi parte di un’esperienza che non è propriamente nostra. Ci sono movimenti interiori che però ci permettono di “avvertire” le emozioni altrui, movimenti che ci permettono di comprendere i silenzi e di cogliere fragilità. Quando si riesce a entrare in questo spazio di condivisione nasce una delle più grandi doti dell’umanità intera: l’empatia. Ma che cos’è l’empatia?
L’empatia, propriamente, è quel ponte che collega interiorità diverse, ciò che si incontra senza confondersi. Essa si costruisce con l’ascolto e, soprattutto, con l’apertura mentale, che è tipica di chi non è incline al giudizio immediato. Questi sono aspetti che fanno dell’empatia un elemento essenziale, differenziandola da quelli che sono sentimenti effimeri e, soprattutto, superficiali. L’uomo, senza questa costruzione interiore, non potrebbe convivere, perché l’empatia è quell’elemento che costruisce legami solidi e duraturi.
Nel corso dei secoli molti sono stati gli autori che hanno provato a descriverne le peculiarità, mettendone in scena protagonisti capaci o incapaci di comprendere il mondo emotivo dell’altro, di ciò che circonda il proprio ego. Basti pensare alle opere di Pirandello, Hugo o Dostoevskij per capire quanto l’empatia sia importante nella quotidianità umana.
La nostra società, evoluta nelle più ampie modalità di pensiero, sta però attraversando quella che è una vera e propria erosione dell’empatia. I ritmi del mondo circostante, le informazioni scevre e veloci, l’individualismo dilagante hanno ridotto l’ascolto; ascolto che dovrebbe caratterizzarsi non per il sentire, ma per il comprendere. I nostri giovani oggi sono immersi in un contesto digitale che è interconnesso, spesso solo virtualmente. Le relazioni umane, oggi, sono il frutto di hashtag, like e commenti: una connessione tanto invisibile quanto effimera. Quello a cui assistiamo oggi è un deterioramento delle emozioni che mina indissolubilmente le basi della convivenza civile sulla quale si basa l’intero mondo sociale. Da “società” ci siamo trasformati in “social”, generando isolamento emotivo.
È all’interno di questo scenario che si collocano molte delle difficoltà del mondo lavorativo; è lo stesso scenario nel quale deve operare il mondo sindacale e, soprattutto, il sindacalista. Essere sindacalisti non è solo occuparsi di contratti, norme e diritti. Essere sindacalisti significa prima di tutto rappresentare persone. È qui che bisogna fare chiarezza: le persone sono centri di bisogno, fulcro di sentimenti ed emozioni. Chi interpreta il ruolo del sindacalista con l’ascolto, e non con il semplice sentire, sa riconoscere le difficoltà e le speranze che si celano dietro ogni richiesta esplicita o implicita del lavoratore. Qui entra in gioco l’empatia, che diventa forza capace di tutelare e comprendere.
La tutela non è il punto di partenza, ma il traguardo dell’empatia, il senso profondo dell’essere comunità. La comprensione è perciò, per il sindacalista, un vero e proprio atto di responsabilità, che comporta ascolto, presenza e, soprattutto, coraggio. La nostra società è ormai orientata alla divisione e l’empatia rimane l’unico strumento “umano” che continua a tenere in piedi le connessioni autentiche. L’empatia, così, diventa una scelta di dignità, un modo per dire all’altro: “Tu non sei solo”. È solo così che si costruisce il senso di umanità. Perché, in fondo, essere umani è saper camminare accanto agli altri. Umani che scelgono umani, scelgono ogni giorno l’empatia.